All’inizio è ancora uno spazio vuoto ad attendere le truppe di ragazzi, questa volta una trentina, che avanzano nella luce della sala, mentre scandiscono il ritmo d’entrata cantando note che si concretizzano in una misura; misurazione dei passi, ripetuti, insistiti nel punto, unità minima definita dall’ampiezza dei singoli piedi. La voce libera l’energia che il corpo spinge contrariamente verso il basso: il movimento vocale partecipa, quindi, con la sua trasversalità commentando il piano orizzontale da cui la massa non può sollevarsi. La ripetizione dei gesti, dei costumi (ognuno, infatti, indossa una camicia bianca, kilt e scarpe di cuoio) dà forma a immagini che continuamente si creano e si disfano, attraverso una libertà oggettiva che, non intaccando in alcun modo la massa totale dei corpi, ne esalta e distingue le diverse specificità, di individui come di danzatori. La coralità si conferma come carattere fondante di un ballo in cui i singoli movimenti sono legati insieme dal ritmo, collante primordiale, e da precise regole interne. Ma al contempo emergono, dall’omologazione superficiale necessaria, le differenze: sono sfumature di colore, sono le personali interpretazioni, sono gli sguardi carichi di peculiari emozioni. Si stagliano dal coro delle guide che si alternano nell’indicare cambiamenti di direzione e nel ricordare i passi, attraverso la voce o anche s
olo col movimento.
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