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Osservazioni, schizzi, resoconti, pensieri imperiodici dalla stagione del centro di promozione teatrale La Soffitta e non solo. Servizi, approfondimenti e recensioni a cura del laboratorio di critica teatrale "Lo sguardo che racconta" condotto da Massimo Marino presso la Laurea Specialistica in Discipline Teatrali dell’Università degli studi di Bologna.


Direttore: Massimo Marino

Caporedattore: Serena Terranova

Redattori: Beatrice Bellini, Lorenzo Donati, Alice Fumagalli, Francesca Giuliani, Maria Cristina Sarò

Web designer: Elisa Cuciniello

Segreteria organizzativa: Valeria Bernini, Tomas Kutinjac

Hanno scritto: Valentina Arena, Stefania Baldizzone, Valeria Bernini, Elena Bruni, Alessandra Consonni, Alessandra Coretti, Elisa Cuciniello, Irene Di Chiaro, Serena Facioni, Antonio Guerrera, Sami Karbik, Tomas Kutinjač, Roberta Larosa, Nicoletta Lupia, Valentina Miceli, Paola Stella Minni, Andrea Nao, Saula Nardinocchi, Vincenzo Picone, Giusy Ripoli, Maria Pina Sestili, Giulia Tonucci

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Questo blog è realizzato dal laboratorio in completa autonomia dal Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna.




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venerdì 29 febbraio 2008

Larve umane, nude e mascherate

CANI DI BANCATA, di Emma Dante

Una denuncia furiosa di Emma Dante sulla Famiglia e su Cosa Nostra, dove la mafia assume le sembianze materne e tutti si inchinano alla sua volontà mettendo le proprie misere vite nelle mani di una mamma santissima che non li abbandonerà mai. Un femmina- cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce. Il potere mafioso viene descritto finalmente per quello che è realmente: un agglomerato di volgarità ed indecenze.


Larve umane, nude e mascherate. Schierati impietosamente, i cani di bancata, parassiti nutriti col sangue della giustizia, si masturbano sotto gli occhi di una madre perversa, diavoli battezzati in adorazione di una puttana; “io, madre, vi affido l’Italia”. Emma Dante con il suo spettacolo Cani di bancata affonda le mani, senza timore di sporcarsi nel fetido e putrido fango della mafia, ridisegnando la cartografia del nostro paese: un’Italia capovolta con la Sicilia che le fa da cappello. L’abilità costruttiva della teatrante palermitana ci rappresenta, con un ciglio grottesco ma perfidamente serio, le regole del gioco mafioso e i comandamento della sua religione.
La mafia ha il volto di una madre-cagna che celebra il rito d’iniziazione dei propri figli “Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito santo”. Essi danzano con “mamma santissima” scambiandosi il bacio dell’onore, un perfetto ballo circolare come quelli che si svolgono a corte, dove i bravi danzatori eseguono alla perfezione i loro schemi, dai quali non conviene uscire.
Il ventre della madre partorisce il banchetto in cui verrà consumata l’Ultima Cena, dove il nuovo entrato occupa il posto d’onore nella rigida piramide gerarchica: un uomo come tanti, un capotreno, che per vivere è costretto a sacrificare tutto per affiliarsi a questa perfida Famiglia, carnefice di se stessa. La mafia siede al vertice del Parlamento, è la puttana che seduce lo Stato, che ammalia e umilia gli amanti che vi siedono oggi: spacciatori e cardinali, giornalisti e imprenditori, colonnelli e sottosegretari, dottori e liberi assassini.
La scenografia è presente come attore sulla scena e gli attori spesso divengono loro stessi macchina teatrale. Gli oggetti in scena sono essenziali e funzionali; diventano altro da sé, acquistano nuovi usi e significati, come il vestito di mamma santissima che si trasforma nella tovaglia del banchetto o i cappelli colorati che gravano sulla teste dei figli della mafia.
Il teatro di Emma Dante non credo voglia procurare o scandalizzare, ma accusare e condannare senza troppi sotterfugi. Una presenza viva e vitale del nostro teatro che sa usare bene gli attrezzi della scena, che conserva tutta la sfrontatezza dell’immaginazione e della creazione.
La Compagnia Sud Costa Occidentale, da lei stessa fondata nel 1999, trae la sua forza e la sua originalità da un radicato lavoro in una delle molte periferie italiane e forse anche teatrali, ma anche da un onesto impegno teatrale e sociale.

Saula Nardinocchi

giovedì 28 febbraio 2008

Io, madre, vi affido l'Italia

CANI DI BANCATA, di Emma Dante

Un impietoso sguardo sull’Italia attuale e una spietata denuncia alle moderne strategie della mafia sono il tema dell’ultimo spettacolo di Emma Dante, “Cani di bancata”. Ne viene fuori un’immagine che supera gli stereotipi folcloristici e regionali, per affondare nell’irriconoscibilità del fenomeno mafioso, radicato nelle istituzioni, capace di controllare la vita economica e politica del Paese.


“…Unn’aviti a nascondere i vostri nomi, tutti voi dovete diventare persone perbene, perché io non esisto […] Credetemi: io non esisto”: con queste parole si avvia alla conclusione l’ultima produzione della regista palermitana Emma Dante, Cani di bancata, interamente costruita sul tema-denuncia della mafia. E’ la sovversione degli ingranaggi, del funzionamento e delle modalità di non-riconoscimento, erette dietro a quella “cosa” che tutti chiamiamo mafia, che la drammaturga siciliana ha tentato di palesare: le cosche – rappresentate dai tre dialetti, siciliano, napoletano e pugliese, con cui si esprimono i personaggi - si sono evolute, hanno modificato il proprio modo d’essere: i tempi di Falcone e Borsellino sono ormai tramontati; non è più necessario far saltare in aria chi oltraggia il nome di questi corrotti, come era successo a Peppino Impastato. I mafiosi, gli stessi che si temeva di incontrare per strada o dal barbiere, oggi sono irriconoscibili; si confondono tra la gente perbene e conquistano l’Italia non più e non solo con le pistole, ma con l’economia e la politica. Non li vediamo, perché diveniamo d’un tratto ciechi come Liborio Paglino, l’inerme ferroviere che scopre troppo tardi qual era il prezzo da pagare per aver chiesto aiuto alla Madre; non li riconosciamo perché, spesso, portano gli stessi nomi di chi è capo di campagne antimafia o di chi investe danaro in attività di denuncia. Eccola, allora, questa Mammasantissima, questa donna o madre-cagna intenta a sfamare i suoi cuccioli, dopo averli educati, dopo aver permesso loro di studiare, chiedendo nient’altro in cambio se non la fedeltà al bacio di sangue con cui è stato stipulato il loro ingresso nella famiglia. Ancora è il rovesciamento del rito, del folclore che permette alla Dante di tessere i fili del suo discorso impegnato: il rito è quello dell’affiliazione, in cui ci si fa il segno della croce nel nome del padre, del figlio, della Madre e dello spirito santo, al quale si unisce la lotta alla scalata gerarchica al potere, le cui regole vengono sconvolte e ribaltate. La mise en scene è una vera orgia di immagini che scandiscono l’importanza di questo rito-banchetto, la cui tavola non è altro che il grande ventre di Mammasantissima, di cui gli affiliati sono chiamati a dividerne il corpo e il sangue, ribaltando il rito eucaristico.
La piece della Dante ha un ritmo incalzante; culmina con un'immagine forte: i cani mafiosi, dopo aver appreso gli insegnamenti della Madre, si masturbano davanti alla visione della cartina di un'Italia capovolta, con la Sicilia al nord e al centro dell’economia e della politica di un paese smembrato. Il rovesciamento ultimo consiste nella negazione, da parte della madre-cagna, di se stessa, per permettere ai figli di mescolarsi alla gente comune, e rendere, in tal modo, la violenza, il male silenziosi e invisibili agli occhi dei tanti Liborio Paglino, che non riescono a vedere nulla.
Cani di bancata sono, a Palermo, i randagi che si nutrono degli avanzi dei banconi del mercato, in senso lato i parassiti, per Emma Dante i mafiosi”.

Maria Pina Sestili

Spegnere insieme 39 candeline

IL FESTINO, Emma Dante

Ancora una volta Emma Dante riesce a stupire il suo pubblico con ” Il Festino”, un monologo incentrato su due fratelli gemelli, entrambi molto malati: uno nel corpo, l’altro nella mente. Entrambi costretti a vivere nella menzogna e nell’indifferenza di una rigida società, che non lascia spazio alle diversità e che porta all’autodistruzione.

Inetto, solo, tormentato e malato: così si presenta Paride, il protagonista dell’ultimo capolavoro della regista palermitana Emma Dante, “Il Festino”, che affida la sua interpretazione a Gaetano Bruno, suo fedele collaboratore e storico componente della compagnia Sud Costa Occidentale.
E’il trentanovesimo compleanno di Paride e il palco dell’ITC di San Lazzaro è addobbato per la grande festa: palloncini e festoni colorati sono appesi ovunque eppure, sin dai primi istanti, non si respira un clima di festa. Non ci sono invitati e il festeggiato è voltato di spalle con indosso uno cappello scuro che gli copre tutto il viso, quasi non volesse mostrarsi o guardare, quasi fosse infastidito dalla presenza dello spettatore. Si avverte un clima piuttosto teso, che materializza lo stato d’animo dell’attore in scena.
Dopo un lungo momento di esitazione, Paride decide in un silenzio disarmante che ci lascia ancora una volta con il fiato sospeso, di guardarci finalmente in faccia e di mostrarsi per quello che è realmente.
Ci racconta di Iacopo, suo fratello gemello, morto in un incidente, con il quale Paride vive in simbiosi nel suo mondo immaginario.
Due fratelli identici, interscambiabili ed entrambi malati: uno nella mente, l’altro nelle gambe.
“Io sono il corpo, mio fratello la mente” afferma. Ci racconta di tutti i loro scherzi fatti e di tutte le volte che la mamma lo ha punito chiudendolo a chiave dentro lo sgabuzzino buio.
Un luogo che inizialmente intimorisce Paride, ma dove in seguito egli stesso impara a vivere una vita parallela, sognando e stringendo amicizia con le scope che dividono quello spazio chiuso con lui. Loro diventano le uniche amiche fedeli con cui confidarsi.
Durante il suo monologo Paride è pienamente consapevole della sua malattia e solitudine: infatti, più volte, indossa il nero cappello e si volta di spalle, quasi in segno di sottomissione e di vergogna per la sua condizione.
Ha paura che anche il pubblico lo rifiuti e si prenda gioco di lui, mentre nei nostri occhi c’è solo tanta compassione e affetto. Vorremmo aiutarlo, ma rimaniamo testimoni immobili del suo dramma.
Ecco finalmente il momento di aprire i regali: al centro del palco, un grosso pacco rosso lo attende. E’ da parte di suo padre ed è accompagnato da una lettera di auguri che Paride ci legge.
Tanti ricordi riaffiorano da quel momento in avanti e il suo senso di disagio e di rabbia si fanno sempre più forti.
Il padre vorrebbe impossessarsi della pensione di invalidità del fratello ma non conosce la verità, ossia che Iacopo è morto e che per una vita intera ha aspettato invano il suo ritorno a casa.
Ad un certo punto Paride scoppia in lacrime; non riesce più, e non vuole più, vivere dentro il suo mondo perché la delusione e il dolore sono ormai insopportabili e anche il suo mondo immaginario è diventato troppo difficile: decide allora che quel compleanno sarà l’ultimo che festeggerà.
Apre il regalo e trova otto scope colorate.
Quel palco si trasforma improvvisamente in quel vecchio sgabuzzino buio, ma questa volta non ci sarà nessuno ad aprire la porta. Le sue certezze divengono realtà, la fine di un incubo è ormai vicina.

Anima le scope, dà loro vita come faceva da bambino, balla con loro un cha cha cha, cerca di far camminare il fratello e di fare un ultimo ballo anche con lui poi,con desolazione e ferma decisione, inonda la torta di Ketchup e vi ci affonda la bocca.
Tutte le sue paure si spengono con quelle ultime trentanove candeline.
Un soliloquio perfetto che invita a riflettere e a ribellarsi a qualsiasi forma di violenza e di soprusi.
Uno spettacolo che vale veramente la pena vedere.

Alessandra Consonni

mercoledì 20 febbraio 2008

Buon compleanno Paride! Buon compleanno Soffitta!

IL FESTINO di Emma Dante e il VENTENNALE DELLA SOFFITTA

"Il Festino" di Emma Dante apre la stagione della Soffitta 2008, approdando il 26 gennaio all'ITC di San Lazzaro, all'interno del progetto Interscenario. Si tratta di un soliloquio scritto e diretto dalla regista palermitana, uno straordinario lavoro affidato all'interpretazione di Gaetano Bruno, fedele collaboratore della Dante e componente storico della compagnia Sud Costa Occidentale, vincitrice del Premio Scenario nel 2001. Siamo alla festa di Paride; siamo di fronte alla solitudine di un uomo che non è riuscito a crescere. Due compleanni dunque, quello di Paride e quello della Soffitta, che con la prima de "Il Festino"2008 festeggia il suo ventesimo anniversario.


Un baule pieno di giochi, di palloncini, di lucine colorate e di tante scope: siamo alla festa di Paride e del suo gemello Iacopo. Festeggiando il suo trentanovesimo compleanno, Paride ripercorre la sua vita, i sensi di colpa di un uomo che non è riuscito a crescere, di un ragazzo che la famiglia non ha voluto accettare perché mentalmente debole e “aggrippato”.
Paride prova a sciogliere i nodi della matassa della sua vita, o per lo meno a mostrarli, come se questo potesse liberarlo dal nodo più difficile: il fratello paralizzato dalla nascita. Iacopo, alter ego di Paride, non c’è più e forse non c’è mai stato; le loro disabilità si completano. Iacopo è morto, ma la sua presenza è forte nelle parole, nelle sembianze e nel ricordo di Paride. Una schiena nuda e sudata ci narra l’episodio di una morte inaspettata, avvenuta in un momento di gioia, in un abbraccio. E così si aggiunge un altro nodo, un altro peso da caricare: Paride sa trovare il baricentro di tutti gli oggetti e farli stare in piedi, con Iacopo non c’è mai riuscito.
Chiuso nello sgabuzzino trova la sua vera famiglia e i suoi veri amici, sono le stesse scope con cui balla scatenato alla festa. Nella solitudine sfoga i suoi sensi di colpa e il suo amore per Iacopo, il dolore per l’abbandono della famiglia, per una società che non l’ha voluto accogliere. Con la sua vocina stridula, il suo sudore, la sua camminata sbilenca, Paride legge una lettera infame del padre, che vorrebbe riuscire a spillare la pensione d’invalidità del fratello. Ma lui è deciso, questo sarà il suo ultimo compleanno e vuole goderselo fino in fondo, ballando nudo e divorando la sua torta ricoperta di ketchup.
Spiamo la festa di Paride, forse vorremmo essere lì con lui per dirgli che almeno noi ci siamo; salvarlo dalla sua ferma volontà suicida; salvarci, perché anche noi siamo parte della stessa società che lo ha escluso, una società che ha paura dello stigma, della diversità.
Ci limitiamo ad un applauso interminabile, un segno di ringraziamento al lavoro di Emma Dante, alla difficile interpretazione di Gaetano Bruno, a Paride. Con “Il Festino” Emma Dante ci offre un’ennesima denuncia dei meccanismi che regolano la società, quel “dare per scontato” che costituisce la nostra cultura; metterli in scena significa scardinarli, decostruirli.


Paola Stella Minni

Intervista a Emma Dante

EMMA DANTE: INTORNO, DENTRO E FUORI PALERMO.


In riferimento a “Carnezzeria. Trilogia della famiglia siciliana”, lei mette in vita la famiglia, ventre claustrofobico per individui armati di silenzio alla conquista della terra madre. Ma “ ‘a famigghia” non è forse un pretesto o un punto di partenza per analizzare le pratiche di potere o di esclusione nella nostra società, e nello specifico della realtà siciliana?

La mia risposta è si. Io mi riferisco alla famiglia universale, come istituzione, come nucleo sociale in cui si comincia a formare l’individuo. Non mi riferisco alla “ famigghia”, non c’è una partenza, non è locale la questione, è universale. Sicuramente lo spunto è quello della famiglia siciliana, ma perchè il ceto sociale che io racconto non è la borghesia, è un ceto sociale che ha a che fare con il sottoproletariato, per cui anche se avessi raccontato la famiglia bolognese avrei parlato del sottoproletariato bolognese, perchè della borghesia non mi interessa parlare e quindi famiglia in quel senso. La famiglia come comunità, nucleo sociale in cui si cominciano ad instaurare i rapporti morbosi tra persone che vivono dentro la stessa casa, che condividono le stesse paure, che si nascondono dietro le stesse mura. Questo è il senso. E poi da lì ci sono tutti i segreti che vengono svelati. Mi sembra riduttivo dire “famigghia”, anche se la lingua dei miei spettacoli è il dialetto, i miei spettacoli non sono dialettali. Uso il dialetto ma non faccio teatro popolare, quindi parlo della famiglia, ma non di una famiglia particolare, del popolo, mi rivolgo ad un’umanità che è decadente, ai resti dell’umanità. È anche una metafora, non sono personaggi reali, sono interpretati.


Nella sua drammaturgia è riscontrabile una coesistenza temporale di passato-presente-futuro. Tempo già viscerale della parola materia. La sua lingua è ritagliata in base a un valore mnemonico della parola o in base ad un’esigenza di verità del presente? E soprattutto dietro una palese difficoltà di ricezione linguistica subentra forse la necessità di una percezione altra, visiva?


La difficoltà della comprensione linguistica dei miei spettacoli non è in realtà una difficoltà. Non perchè io lavoro sulla visionarietà, io non lavoro sulla visionarietà perchè voglio fare capire agli spettatori le cose che non arrivano con la parola. La visionarietà arriva da un processo artistico creativo mio e degli attori, io non faccio mai delle scene che sono visionarie, non parto mai dalle soluzione, dall’estetica del fatto. Non mi preoccupo mai di farmi capire, non mi interessa essere capita, io preferisco non essere capita. Se questo non essere capita comporta la mia libertà assoluta. Se invece io devo trovare un compromesso nella creazione per farmi capire, io sento di non star facendo più un percorso artistico, sento di dovermi preoccupare di qualcosa che non mi riguarda, cioè la comprensione degli altri non mi riguarda e per cui la visionarietà, il fatto che non ci sia una spiegazione ai miei spettacoli, questa cosa mi rasserena, è una cosa che mi da pace, perchè non voglio spiegarlo il teatro, non voglio spiegare la mia storia, anche perchè non c’è niente da spiegare, sono suggestioni che arrivano al pubblico, che anche se non capisce, si porta a casa qualcosa e soprattutto ognuno capisce a modo suo. Il tempo. C’è una frammentazione temporale nei miei spettacoli, che è abbastanza esplosa, non si identifica mai un presente, un passato, un futuro, è tutto insieme, per cui nel momento in cui una cosa accade è già passata, è un ribaltamento continuo del tempo, per cui l’azione che viene fatta avviene nel presente, ma questo presente contiene in sé sia il passato che il futuro, non è un presente assoluto, ma è un presente che comporta degli sbalzi temporali. Per cui, ad esempio Vita mia è uno spettacolo che racconta la morte di un ragazzino però lo fa vedere ancora in vita, una vita che non riesce a morire, un tempo che è il prima e il dopo la morte contemporaneamente. Sono convinta che un corpo quando muore non muore subito, o comunque se muore un ragazzino di vent’anni, la madre non ce la fa a vederlo morto e continua a vederlo vivo. Per cui qual è il punto di vista che noi vogliamo assumere in questa storia? Io quello che mi sono presa, è quello della madre, per cui avendo io pubblico gli occhi della madre vedo questo ragazzino vivo come lo vede lei, ma lui è morto. Quindi non si capisce se questo sia un tempo della vita o un tempo della morte.


Già dal 2003 lei è direttore artistico del Rossofestival di Caltanissetta. Esperienza che anno dopo anno le ha permesso di circoscrivere un suo spazio di lavoro abbinato a una rivivificazione di un territorio che non è Palermo. È però riscontrabile la linea di ricerca che le produzioni ospiti negli anni hanno rappresentato: molta attenzione a quelle che sono le espressioni più significative soprattutto nell’area siciliana. Questa esperienza si configura come una fuga da Palermo o come l’estrema necessità di trovare “fuori” quella Palermo che è invece “dentro” al suo operare artistico quotidiano?

È più semplice. A Palermo non me l’hanno fatto fare e a Caltanissetta si. E’ questione di possibilità di fare una cosa e impossibilità di farla. In questi anni a Caltanissetta c’è stata un’amministrazione di centro-sinistra che ha creduto nel mio lavoro, ha rischiato anche di portare un certo tipo di teatro nella provincia della provincia, cioè nel cuore della provincia. Per cui quest’amministrazione locale ha scommesso nel creare questo piccolo evento, che soprattutto i primi anni ha destato dei disagi tra il pubblico che era abituato a vedere un altro tipo di teatro. È anche vero che io ho portato degli spettacoli comunque forti e non subito il pubblico è stato pronto ad accettarli, perché ci vuole anche una formazione del pubblico. Oggi, arrivati alla sesta edizione del festival il pubblico è più preparato. Ho portato Lo Studio su Medea di Antonio Latella, in cui c’è questa Medea completamente nuda dall’inizio alla fine, con questa Barbara senza vestiti addosso. Per cui portare uno spettacolo così in una città difficile da questo punto di vista è stato un azzardo che l’amministrazione locale mi ha permesso, a Palermo questa cosa non è successa.


Qual è la direzione, la linea programmatica del festival?

Ho portato mPalermu che è un mio vecchio spettacolo di 9 anni fa, che l’assessore mi ha chiesto volutamente perchè voleva fare un piccolo percorso, poichè loro credono in una progettualità. Io che sono siciliana e sto lì da sei anni con un compenso di 3400 euro (è giusto che lo dica) ho inserito nel cartellone il mio ultimo spettacolo, Il festino, che praticamente in Sicilia ha fatto soltanto Caltanissetta, non ha altre date, per cui era anche un modo per farlo vedere ai siciliani. Il festival presenta Mpalermu che è il mio primo spettacolo e Il Festino che è l’ultimo; poi ci sono il concerto di Carmen Consoli, che è un concerto in cui c’è un’attrice che recita i testi che io ho scritto, ma non è un mio spettacolo, lo spettacolo di Latella, poi andrà in scena I capitoli dell’infanzia di Davide Enia, poi Un anno con tredici lune di Fassbinder della compagnia Egumteatro, e poi Alberto Nicolino che fa un lavoro sulle zolfare, Stirru. La discesa.

La cosa più interessante non è solo la possibilità di poter creare uno spazio di lavoro ma di porre anche attenzione a quelle che sono le radici di un territorio. Il Festival prende il nome di Rosso Festival perché vi è un recupero di un drammaturgo che è Rosso di San Secondo…

Quest’anno non l’abbiamo fatto, ma l’anno scorso sono riuscita a trovare una somma all’interno del festival per produrre uno spettacolo di un testo di Rosso di San Secondo, L’ospite indesiderato, con la regia di Ninni Bruschetta. È stato il primo spettacolo prodotto dal festival, non ha girato tanto perché questo non è un festival che ha una grande organizzazione, è gestito dal comune di Caltanissetta e io faccio la direzione artistica, però purtroppo io ho anche il lavoro con la compagnia per cui non mi posso occupare di tutto, però siamo riusciti a trovare una somma all’interno di questo budget ridicolo con cui io faccio il festival per produrre questo spettacolo affidato a Nutrimenti terresti, che è questa compagnia di Ninni Bruschetta che ha fatto anche ultimamente lo spettacolo di Fava.

La sua drammaturgia nasce all’interno di un gruppo di lavoro consolidato, la compagnia Sud Costa Occidentale, una modalità di scrittura scenica, strettamente legata alla carnalità dell’attore. Come crea questa sinergia tra attori-scena-personaggi?

E’ un lavoro lungo che si sviluppa ormai da nove anni, che ha a che fare con una ricerca del metodo più che una ricerca della poetica, cioè noi stiamo cercando un metodo e questo metodo continuamente varia, trova delle strade nuove, si perde, si ritrova, ritorna sulla via maestra. La ricerca in fondo è questo: è un luogo e il tempo dove accadono le cose, e dove vengono smentite nello stesso momento in cui accadono. Per cui è difficile dire in due parole come questo si crea, si compone, perché è tutto legato, intanto moltissimo al tempo, il tempo per noi è fondamentale, perché il tempo da la qualità, cioè più noi abbiamo la possibilità di lavorare, più lungo è il tempo di lavoro, più le cose si approfondiscono chiaramente, meno provi e più superficialità rendi, è normale che è così, per cui il tempo è il fattore principale. Poi c’è un altro dato importante, che è il mio rapporto con gli attori durante le prove, cioè loro improvvisano e io gli dò i paletti, gli costruisco le situazioni, gli dò le suggestioni da fuori, però loro in compenso mettono quasi in discussione le cose che io gli dico, cioè c’è un continuo dialogo incontro-scontro sulle cose e questo crea sicuramente un cortocircuito.


Camilleri nella prefazione al suo libro, recentemente pubblicato (Carnezzeria) usa, in riferimento ai suoi testi, l’espressione –dialogo in pretta parlata palermitana-. Tale espressione però non caratterizza il suo ultimo lavoro “Il festino” in cui il soliloquio diventa una possibilità di “esserci”. Tecnicamente lo spettacolo è un monologo, lontano dalla coralità dei suoi lavori precedenti. Cosa spinge in sede di scrittura ad utilizzare questo tipo di scrittura compositiva? È un’esigenza strutturale, di significato o un canale comunicativo privilegiato all’interno di una materia ancora più complessa, dominata da logiche di natura drammatica e non da strutture performativo-monologanti?

Quando io faccio uno spettacolo, non mi preoccupo del genere che vado a fare, io penso che un certo tipo di teatro, almeno quello che faccio io, sia indefinibile, non ha la possibilità di essere definito, di essere acchiappato, di essere formalizzato fino in fondo, per cui non è che io prima di fare uno spettacolo dico adesso farò un monologo oppure adesso farò uno spettacolo corale, intanto i miei spettacoli anche se sono monologhi, sono sempre corali, perché Gaetano non parla una sola voce, parla le voci della sua storia e le voci della sua storia sono anche voci di bastoni, inanimate, perché sono voci che lui dà ai suoi compagni immaginari sulla scena, per cui io non l’ho mai chiamato monologo, lo chiamo “ soliloquio” perché nella solitudine noi non è vero che siamo soli, c’è un verso bellissimo di una poetessa “ senza la mia solitudine mi sentirei più sola”, ed è vero no? Cioè la solitudine è il luogo in cui una persona si mette a confronto anche con se stessa, dove tutto può essere capito molto di più la propria no mens leng, dove uno può fare comodamente la cacca e sentirsi pulito mentre lo fa, senza il giudizio degli altri. Allora Il festino è un soliloquio dove Paride non ha vergogna, dove mette in mostra tutte le sue paure e tutte le sue debolezze, questi bastoni che lui mette in piedi sono la sua grandissima competenza, lui è competente in questa cosa qui, e mostra la sua competenza. Cioè, lui cosa ha fatto tutta la vita? Ci sono persone che tutta la vita riescono a fare una cosa, e quando la fanno cominciano a morire. È un paradosso, ma è vero che quando tu trovi la strada, invece di essere il momento della rinascita, è il momento in cui cominci a morire. E questo fa Paride, lui trova il baricentro di tutte le cose e comincia a spegnersi, perché ormai il suo ruolo non ha alcun valore, non serve più a niente. E quindi non è un monologo, è il suo incontro disperato di solitudine con tutte le sue voci.

Valentina Miceli e Paola Stella Minni