Chi siamo

Osservazioni, schizzi, resoconti, pensieri imperiodici dalla stagione del centro di promozione teatrale La Soffitta e non solo. Servizi, approfondimenti e recensioni a cura del laboratorio di critica teatrale "Lo sguardo che racconta" condotto da Massimo Marino presso la Laurea Specialistica in Discipline Teatrali dell’Università degli studi di Bologna.


Direttore: Massimo Marino

Caporedattore: Serena Terranova

Redattori: Beatrice Bellini, Lorenzo Donati, Alice Fumagalli, Francesca Giuliani, Maria Cristina Sarò

Web designer: Elisa Cuciniello

Segreteria organizzativa: Valeria Bernini, Tomas Kutinjac

Hanno scritto: Valentina Arena, Stefania Baldizzone, Valeria Bernini, Elena Bruni, Alessandra Consonni, Alessandra Coretti, Elisa Cuciniello, Irene Di Chiaro, Serena Facioni, Antonio Guerrera, Sami Karbik, Tomas Kutinjač, Roberta Larosa, Nicoletta Lupia, Valentina Miceli, Paola Stella Minni, Andrea Nao, Saula Nardinocchi, Vincenzo Picone, Giusy Ripoli, Maria Pina Sestili, Giulia Tonucci

ATTENZIONE

Questo blog è realizzato dal laboratorio in completa autonomia dal Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna.




Visualizzazione post con etichetta teatro e diversità. Mostra tutti i post
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venerdì 9 maggio 2008

Intervista con Stefano Masotti

La “Casa dei Risvegli Luca de Nigris” è un centro riabilitativo d’eccellenza inaugurato a Bologna nel 2004, il primo in Italia per la cura di pazienti con esiti di coma. Parte integrante del progetto sperimentale è la pratica teatrale, usata come strumento terapeutico, riabilitativo e sociale.
Ne parliamo con Stefano Masotti, regista della compagnia teatrale “Gli Amici di Luca”.


Come nasce e come si sviluppa il rapporto tra la Casa dei Risvegli e la compagnia?
Entrambe le realtà nascono da una vicenda personale che è la storia di Luca e dalla reazione alla sua morte dei genitori, Fulvio De Nigris e Maria Vaccai. Dopo la sua morte infatti è sorta l’associazione “Gli Amici di Luca”, la cui iniziativa aveva come primo obiettivo quello di costruire il centro che a Luca era mancato. Prima che fosse fisicamente inaugurata la Casa dei Risvegli, l’associazione aveva scelto di utilizzare il teatro come opportunità di creazione di momenti di partecipazione e di reinserimento sociale. L’esperienza laboratoriale del 2003 ha così portato alla formazione di una compagnia teatrale, che ha ora sede all’interno della Casa.

Qual è il tipo di disagio di cui vi occupate e quali sono le vostre modalità di approccio nei confronti del paziente?
Da un lato realizziamo un intervento in situazione terapeutica, con persone ancore ospedalizzate, cioè pazienti ospiti della Casa: questo è un intervento clinico sul singolo. La Casa dei Risvegli è un centro per pazienti in stato di coma post-acuta, ossia in una condizione clinica detta “stato di minima coscienza” o “di minima reattività”. Noi interveniamo quando le condizioni cliniche sono stabili e utilizziamo il teatro per cercare di ottenere gli stessi risultati delle figure sanitarie, perseguendo l’obiettivo del recupero funzionale dei soggetti in uscita dal coma. Dall’altro realizziamo un intervento di tipo sociale: i ragazzi della compagnia hanno infatti già terminato la fase di riabilitazione ufficiale. Sono quindi due modalità di approccio differenti perché è diversa l’utenza. Il lavoro con la compagnia ci ha permesso di constatare nel tempo risultati molti positivi. Attraverso un questionario che mirava a verificare l’impatto effettivo dell’intervento teatrale sulla percezione che i ragazzi avevano di loro stessi, abbiamo potuto valutare scientificamente cambiamenti radicali, sia rispetto alla modificazione della percezione del sé, sia rispetto al recupero di alcune attività funzionali come il linguaggio, l’equilibrio, la deambulazione e la memoria.

Da chi parte la proposta di utilizzo del teatro?
Prima che esistesse la Casa dei Risvegli, l’associazione dava sostegno a diverse famiglie nel territorio bolognese. “Gli Amici di Luca” avevano proposto l’esperienza teatrale ai soggetti che conoscevano e che nel tempo avevano seguito. Da quando esiste la Casa dei Risvegli, il teatro è un’opportunità di comunicazione e di reinserimento sociale proposta a tutti i soggetti in uscita che offre loro una continuità nel percorso riabilitativo.

In riferimento al lavoro della compagnia, prevale un uso terapeutico o artistico del teatro?
Teatro e terapia sono concetti antinomici. Per parlare di un impatto terapeutico del teatro occorrerebbe prima di tutto valutarne i risultati effettivi: dire a priori che il teatro è terapeutico è voler fare demagogia. Detto ciò, noi abbiamo sicuramente l’obbligo prioritario di considerare il soggetto con uno sguardo riabilitativo, proprio per il fatto che iniziamo il nostro intervento in un contesto in cui la dimensione clinica è quella a cui dobbiamo porre attenzione. Allo stesso tempo, per il lavoro con la compagnia non possiamo più parlare di intervento clinico, ma artistico. Quindi tentiamo di far coesistere le due cose: certo non è sempre facile creare spettacoli belli, ma non potremmo mai sottovalutare l’aspetto terapeutico in favore di quello artistico. Davanti al “disagio” credo si debba partire necessariamente dalle persone con le quali si ha a che fare: non si tratta di un teatro dell’attore, ma delle persone. Il problema maggiore in quest’ambito è dato dal fatto che generalmente si approcciano al disagio gli specialisti del teatro, che vogliono portare in scena un loro progetto artistico, indipendentemente dall’esigenza e dall’essere del soggetto/paziente/attore.

Qual è la poetica della compagnia?
Negli anni abbiamo sviluppato una poetica nostra: alla base c’è sempre un atteggiamento che parte dalle potenzialità degli individui.



Stefania Baldizzone e Paola Stella Minni

martedì 29 aprile 2008

Corpi sociali. Il teatro come diversità

Dagli anni Novanta del secolo scorso forme teatrali di ricerca esplorano le realtà del disagio sociale. L’handicap, la malattia, il carcere diventano spazi creativi per nuove dimensioni teatrali.


L’ideologia politica di denuncia si realizza secondo poetiche distinte nell’individualità d’ogni compagnia, in cui l’intento comune è quello di dar voce alla condizione muta dell’emarginazione sociale. In una società in cui dobbiamo sentirci conformi a un’estetica plastificata, il teatro attraverso la sua pura provocazione, propone una visione differente, un’estetica distorta di corpi imperfetti. Non esiste un concetto formale in cui classificare la diversità, bensì esiste l’incontro tra le diversità che riflettendosi l’una nell’immagine dell’altra si concedono la possibilità di non restare nel silenzio. In questi casi ci s’interroga sul ruolo del teatro: uso terapeutico del teatro o terapia teatrale? La terapia teatrale (arte-terapia) è praticata da quelle strutture che operano nel sociale allo scopo di educare e riabilitare i disabili attraverso il teatro; l’uso terapeutico del teatro, invece, è l’azione benefica del fare teatro, attraverso l’integrazione e l’interazione tra persone diversamente abili e non, inseriti in un comune terreno di ricerca e di fonte creativa, dove la terapia è implicita al processo, consentendo un re-inserimento nel sociale e una ri-acquisizione percettiva del corpo. Quest’ultima considerazione è ciò che caratterizza l’attività teatrale di compagnie quali Vi-kap, Lenz Rifrazioni, Gli amici di Luca, (alcune forme di teatro sociale diverse nel tipo di disagio che presentano) che considerano fondamentale all’interno del gruppo l’aspetto della relazione e della condivisione. Il laboratorio, presente in ognuna delle realtà teatrali sopra citate, è necessario al fine del progetto artistico, è dalla relazione tra le diversità che avviene l’esperienza in sé attraverso l’espressione del sé. L’immediatezza spazio-temporale del “qui e ora” del laboratorio consente attraverso tecniche d’espressione corporea, quali l’improvvisazione, di liberarsi dagli automatismi della quotidianità restituendo una fluidità alla meccanica del corpo, ma anche d’abbandonarsi a quella spontaneità che, priva di mascheramenti, svela il volto autentico dell’identità attraverso il lavoro su se stessi.
Cos’è il teatro se non l’utopia di conseguire attrraverso azioni efficaci un autentico mutamento?
In questi termini il teatro diventa evoluzione, poiché non limitandosi alla finzione consente di cedere al rischio di essere svelati, di mettersi a nudo facendo crollare ogni difesa e ogni distacco.
Cos’è la diversità se non una dichiarazione d’appartenenza all’esistenza?
La storia rende individuabili i reali fautori della follia, una storia di violenze e repressioni causate per paura del diverso: neri diventati schiavi, omosessuali incarcerati o uccisi, disabili psichici torturati nei manicomi, disabili fisici considerati come freaks. Ripercorrere queste tappe squalifica ogni accusa di tipo etico rivolta al teatro delle diversità, nonostante la sua forte presa di coscienza sia analoga a quella crudeltà intesa come determinazione che Artaud ci ha insegnato a perseguire.
E’ tempo che lo spettatore diffidi dal pregiudizio perché commuoversi significa muoversi insieme nella spietata ironia di un disagio comune.
Basta con la paura del teatro come diversità o della diversità, perché se il teatro è il doppio della vita, allora è anche l’unica libertà che possediamo ancora in pugno.

Stefania Baldizzone

Il teatro nella diversità

Sono molteplici e differenziate le esperienze teatrali che hanno prodotto nell’ambito del disagio sociale un lavoro artistico che vanta i nomi delle più autorevoli compagnie, italiane e non. Dal Teatro Nucleo a Lenz Rifrazioni ad Arte e salute. Un modo per ricordare quel che è stato fatto e quel che ancora potrebbe essere compiuto a trent’anni dall’emanazione della legge Basaglia.

Il binomio teatro/disagio psichico è al centro del lavoro di compagnie o gruppi che, in seguito a un graduale ampliamento dei confini dell’arte teatrale a partire dagli anni ‘60, si sono mossi all’interno dell’ambito artistico, con richiami necessari al contesto sociale.
Esperienza rilevante è quella promossa dal Centro per il Teatro nelle Terapie, fondato dalla compagnia italo-argentina Teatro Nucleo nel 1992. L'aspetto terapeutico è parte costitutiva del lavoro teatrale e si sviluppa contemporaneamente alla ricerca di una forma specifica di pedagogia. Il CETT è uno spazio per la ricerca, la pratica e l'insegnamento di esperienze teatrali che possono trovare applicazione nelle terapie per disabili psichici o fisici e nelle problematiche di disadattamento sociale. Le prime iniziative del Teatro Nucleo in Italia si collocano nell'ambito del movimento "Psichiatria Democratica" guidato da Franco Basaglia, che dall'inizio degli anni '70 conduce la lotta contro i metodi "terapeutici" della psichiatria tradizionale italiana. E’ in tale contesto che si inserisce il progetto teatrale ideato da Giuliano Scabia nel ‘73 (Marco Cavallo) presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste: un teatro inteso come strumento integrativo di relazioni sociali, creatore di rapporti di parità con l’interno (tra operatori, artisti e pazienti) e con l’esterno, antropocentrico, in quanto pone al centro della ricerca l’uomo-individuo, non la malattia. Nello stesso periodo il Living Theatre lavora a Genova, l’Odin Teatret nel manicomio di Volterra, il Gruppo Libero di Bologna a Imola.
Su questa linea si innestano, inoltre, le esperienze di Lenz Rifrazioni e Arte e salute ONLUS. Entrambe le compagnie operano, tra l’altro, nel campo del disagio, ma l’una propone un teatro che si fa mediatore, che ha come fine la terapia attraverso lo strumento artistico, l’altra un teatro che ha come obiettivo l’esito finale.
Lenz Rifrazioni lavora da otto anni con un gruppo di attori ex lungo degenti psichici del manicomio di Colorno, proponendo esperienze laboratoriali ed esiti performativi, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL di Parma. Il lavoro drammaturgico prevede di partire da un testo, insieme agli attori, per giungere alla stesura di un copione personale; lo spettacolo rappresenta un breve frammento rispetto alla teatralità intesa come work in progress: la drammaturgia è pre-durante-post l’esito finale. Il lavoro artistico ha consentito ai pazienti una riapertura, un aumento delle prospettive di azione al di fuori dell’adempimento dei regolari comportamenti quotidiani.
Nanni Garella dal ‘99 dirige il progetto Arte e Salute con alcuni pazienti psichiatrici, cooperando con il Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda USL di Bologna, allo scopo di realizzare spettacoli teatrali professionali; per cui, non si è solo cercato di integrare teatro e terapia, ma il lavoro è stato condotto al fine di rendere drammaturgicamente valida la presenza scenica legata al terreno del disagio.
Tutte queste esperienze non sono state brevi e occasionali: si tratta di veri e propri percorsi formativi con una durata temporale che di solito copre l’anno di attività, per poi proseguire successivamente. La cooperazione fra attori psichiatrici e attori professionisti é resa possibile in primis dalla continuità e, in casi specifici, ha permesso la professionalizzazione di queste identità, in grado, con il tempo, di collaborare autonomamente al fianco di professionisti.

Maria Pina Sestili