Chi siamo

Osservazioni, schizzi, resoconti, pensieri imperiodici dalla stagione del centro di promozione teatrale La Soffitta e non solo. Servizi, approfondimenti e recensioni a cura del laboratorio di critica teatrale "Lo sguardo che racconta" condotto da Massimo Marino presso la Laurea Specialistica in Discipline Teatrali dell’Università degli studi di Bologna.


Direttore: Massimo Marino

Caporedattore: Serena Terranova

Redattori: Beatrice Bellini, Lorenzo Donati, Alice Fumagalli, Francesca Giuliani, Maria Cristina Sarò

Web designer: Elisa Cuciniello

Segreteria organizzativa: Valeria Bernini, Tomas Kutinjac

Hanno scritto: Valentina Arena, Stefania Baldizzone, Valeria Bernini, Elena Bruni, Alessandra Consonni, Alessandra Coretti, Elisa Cuciniello, Irene Di Chiaro, Serena Facioni, Antonio Guerrera, Sami Karbik, Tomas Kutinjač, Roberta Larosa, Nicoletta Lupia, Valentina Miceli, Paola Stella Minni, Andrea Nao, Saula Nardinocchi, Vincenzo Picone, Giusy Ripoli, Maria Pina Sestili, Giulia Tonucci

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Questo blog è realizzato dal laboratorio in completa autonomia dal Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna.




Visualizzazione post con etichetta Teatro delle Albe. Mostra tutti i post
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giovedì 6 marzo 2008

Poveri diavoli e azionisti inconsapevoli

LEBEN, Teatro delle Albe

Fasulli naturalisti, precettori corrotti e leziose fanciulle in un affresco satirico sulla quotidiana vendita delle anime

Un portiere in livrea che sbandiera e distribuisce casualmente fogli bianchi nella penombra della sala. Un pubblico titubante davanti al gesto. Un progressivo alzarsi di braccia per ricevere il misterioso comunicato. Si apre così lo spettacolo che le Albe portano in scena all’Arena del Sole di Bologna. Una storia sul Male che, con una doppia trama, parla anche della sua costante presenza nella Storia. Che ci troviamo in un castello ottocentesco, al cospetto di fasulli medici naturalisti, di precettori corrotti e di leziose fanciulle, oppure in un’attualissima convention aziendale della Leben, di fronte a una Ermanna Montanari, relatrice crudele e dispotica, il risultato non cambia: il Male è sempre presente. Quando i medici naturalisti vendono al portiere-diavolo le loro amate, quando la relatrice sul podio decanta i vantaggi economici che derivano dall’aprire un bordello in Thailandia, mostrando ragazze in valigia trascinate da facchini a volto coperto, le distanze temporali svaniscono, e il Male della Storia resta. Ponte tra le situazioni, il diavolo-portiere, figlio di suggestioni shakespeariane. Il coro delle ragazze che si muove al sincrono e canticchia canzonette in voga nel Ventennio appartiene sempre alla città in cui la compagnia presenta il proprio lavoro, richiedendo di volta in volta un approccio differente. Opera “in fieri”per ammissione dello stesso Martinelli, si chiude con una triste verità, quando ci si rende conto che l’ambito foglio è “soltanto”il contratto per comprare azioni della Leben. La cosa più triste resta il balletto di mani per accaparrarsi quanti più titoli possibili.

Giusy Ripoli

Vincent Longuemare

La drammaturgia della luce di Vincent Longuemare

Intervista a Vincent Longuemare, giovane e stimato light designer francese, autore del progetto luci dello spettacolo “Leben” di Marco Martinelli.

Lei ha vinto il Premio Speciale Ubu 2007 per l’illuminotecnica dello spettacolo
“Sterminio” prodotto dal Teatro delle Albe. La motivazione è aver segnato, ormai da anni, con le sue luci gli spettacoli delle Albe con uno spirito da scenografo che integra il lavoro registico. Lighting designer è un termine che racchiude in sé molteplici significati e diverse competenze. Cosa significa per lei oggi essere un lighting designer?

Messe da parte le necessarie conoscenze in campo della fisica, dell’ottica, e della fisiologia della percezione, oltre a una solida e costante ricognizione nelle varie forme di espressioni artistiche, e aggiungendo a queste un regolare aggiornamento sui materiali disponibili, si potrebbe partire da lì per ragionare su cosa sia in fondo un light designer: credo si tratti di praticare un mestiere destinato a recuperare immagini dal mondo e a proporle in modo riconoscibile dando una forma all’ oggetto catturato dalla percezione. È probabile che prima della lingua, prima del nominare, il mondo si sia proposto ad essere guardato: una volta visto, lo si è potuto riconoscere, imparando a nominare, dividendo gli oggetti offerti alla visione. Credo che fare il light designer sia quindi praticare una lingua muta antecedente alla parola: una capacità particolare dell’immagine di attraversare la superficie e penetrare il mistero. Aprire piccoli varchi nel buio.

Come ha avuto origine la sua "passione" per il mondo della luce?“L’origine”, come ha dimostrato molto bene Courbet, è stato l’amore per una giovane attrice, che mi ha portato a scuola di teatro a Bruxelles, per seguirla; ma forse, ancora prima, c’è stata la luce cangiante del cielo sulle coste della Normandia…

Quali sono le personalità che hanno avuto maggior peso nella sua formazione e nel suo percorso professionale?
Sicuramente mi sono orientato verso questo mestiere grazie alle qualità umane del professore di illuminotecnica nella scuola belga “L’INSAS”, dove ho studiato. Era un alcolizzato totale come molti suoi colleghi, che non reggevano il sentimento della vita e cercavano luce e senso; era un membro di questa generazione che inventò il mestiere, che portò luce nel buio dei teatri.
Poi davvero è un fatto di incontri, della fortuna degli incontri con registi, di “matrimoni artistici”. A volte è un attore bravo che ti fa aprire porte sensoriali.
Di sicuro Thierry Salmon è stato maestro di visioni.

Come nasce l'idea di illuminare una scena?
Ciò su cui insisto con i miei studenti è il sentimento: dico loro di sedersi per ore in platea e mettere i loro sensi in ascolto, in osservazione e recuperare il sentimento della scena, quello ricercato dal regista come quello che emerge anche per caso; annotare gli spostamenti e la direzioni degli sguardi, gli accordi e disaccordi.

Ormai lei ha maturato qui in Italia un’esperienza decennale con il Teatro delle Albe, come si è evoluta in questi anni la sua vocazione artistica?
Lavoro ormai da vent’anni con decine di registi e coreografi e ho iniziato a rendermi conto di un terribile qui pro quo, questo andare avanti nel tempo come acquisizione di sapere ed esperienza: iniziano a chiamarti maestro, poi a ingaggiarti per risolvere questioni estetiche spinose. Ma in realtà più si va avanti meno si sa, più si dubita, mentre dall’esterno sono convinti che tu sappia! Invece se non vuoi morire artisticamente troppo presto è bene non sapere, è bene dimenticare, è bene non cercare di conquistare posizione e parlare da quel pulpito, è bene scegliere l’intuizione contro il sapere.
Fortunatamente è un mestiere in cui a ogni allestimento si deve, o meglio si dovrebbe ripartire da zero, più si va avanti, più è importante la dimensione del gioco, il rischio del gioco e non il presunto sapere, se no, finisce che fai sempre le stesse luci, guadagni in sicurezza economica forse, ma sei morto artisticamente.
É un rischio; e a volte capita di sbagliare soprattutto se perdi il contatto con il livello simbolico proprio. Ma è una cosa buona: quelli che ti condannano a morte non dovrai più frequentarli! Lo spazio si fa quindi più grande e pulito.

“Leben” è una commedia satirica e surreale, nella quale l’ironia si affianca a significati profondi. Come è stato possibile per lei creare un progetto luci che contribuisse a rendere quest’atmosfera?
Credo che sia stato pubblicato, insieme al testo, un mio intervento in merito al percorso della creazione luci per lo spettacolo “Leben”. Forse lì si trovano maggiori informazioni rispetto a quello che posso dire o ricordare adesso. Ciò che mi ricordo è stata l’estrema difficoltà nella realizzazione delle luci, particolarmente in merito alle “bande temporali” presenti, definite così da Marco Martinelli: davvero non capivo il suo discorso, non comprendevo. Ho dovuto quindi applicare questo metodo: in primo luogo dividere per riconoscere e nominare; in secondo luogo riunire per far comprendere. È stato un percorso lungo e analitico, razionale, così che a volte, nel rivedere le luci, ne percepisco l’assenza di sentimento!
Praticamente ho dovuto esercitare una dissezione dei materiali teatrali che venivano creati, spesso di notte, e poi ricucire il tutto insieme: il risultato è stato quello di creare due progetti luci indipendenti, due stili e materiali diversi ma con elementi di contatto e lentamente assimilarli l’un l’altro fino a fonderli.
Faticoso!!!!

Quanto è importante, secondo lei, che in Italia il sistema universitario si faccia carico, come avviene già da numerosi anni negli altri paesi europei, della formazione dei futuri light designer?

Sinceramente vedendo gli stagisti che arrivano dall’università o da altre rinomate scuole di formazione non mi risulta esse siano adatte alle necessità del mestiere del teatro. E la situazione peggiora velocemente dalla recente “virtualizzazione” della formazione: molte di queste realtà dimenticano di considerare la luce come una materia, spesso non danno importanza a imparare a guardare, a vedere, a riconoscere e a nominare ciò che si manifesta all’occhio. La luce, come il teatro, è una lingua di esperienza, difficilmente afferrabile in ambito universitario o scolastico. D’altronde è difficile mantenere un equilibrio costante tra teoria e pratica.

Quali sono secondo lei i requisiti necessari per avvicinarsi a questo mestiere?
Un grande interesse per l’umanità, l’uomo, il piacere di osservarlo, il desiderio di produrre cultura intesa come azione del pensiero in determinate condizioni economiche, sociali, politiche e culturali.
Infine, per la specificità del mestiere ritengo che una delle divisioni possibili del mondo sia tra chi sceglie di apparire e chi decide di starsene nell’ombra: sono funzioni complementari, bisogna solo trovare l’ombra giusta che fa per la tua luce.

Oltre al sapere tecnico, quanto è importante un’adeguata formazione culturale per la sua professione?
È decisiva. La curiosità è fondamentale: non bisogna mai smettere di guardare immagini, pitture, sculture, fumetti, film, camminare per strada con occhi e sensi aperti, studiare l’asse fondamentale tra etica ed estetica, tra società e forme di rappresentazione.

Quale consiglio pensa di poter dare a un giovane che voglia intraprendere la professione del light designer?
Non considerarlo una professione ma una forma possibile di apprendimento.
Un percorso di esperienze ed incontri, di comprensione dell’altro.

Andrea Nao

Lorenzo Donati

Un testimone della Non-scuola

Quale è stato il tuo primo approccio al mondo del teatro?
Ho partecipato alla non-scuola ai tempi del liceo, già nel 1991. Ero curioso di capire, di conoscere il mondo del teatro: questo interesse l’ho avuto sin da piccolo (ho frequentato un laboratorio teatrale anche ai tempi delle scuole elementari). L’incontro con Marco Martinelli è stato tuttavia determinante: l’esperienza della non-scuola era un’attività laboratoriale un po’ corsara e un po’ clandestina, dal momento in cui dava la possibilità di “vivere” la scuola in maniera diversa e con un forte spirito di gruppo. Questo percorso clandestino della scuola creava una forte voglia di frequentare un teatro, per avere un approccio con esso anche dal punto di vista dello spettatore; fu così che iniziai ad assistere ad alcuni spettacoli presso il Teatro Rasi di Ravenna. Ricordo, in questo periodo, almeno due esperienze relative alla non-scuola: l’Orlando innamorato di Boiardo e alcune scene comiche al rallentatore con musiche di sottofondo. Riguardo alla seconda stagione del Teatro Rasi ricordo un Dialogo delle piante, spettacolo incentrato appunto su un dialogo tra il protagonista e alcune piante. In tutto questo mio percorso ha sicuramente avuto un ruolo determinante l’appoggio che ho avuto da parte delle mia famiglia.

Hai avuto modo di partecipare a spettacoli con il Teatro delle Albe?
Io ho partecipato solo alla non-scuola. Per non-scuola si intendono i laboratori organizzati all’interno delle scuole superiori. Da tre anni a questa parte all’interno della non-scuola è nato «Lo spettatore con il taccuino in mano»: si tratta di osservare gli spettacoli e discutere di ciò che si è compreso.

Che cos’è la non-scuola e cosa può rappresentare per un ragazzo?
Rappresenta indubbiamente il furore, la possibilità di esprimersi attraverso il teatro e l’irrequietezza dell’adolescenza. La non-scuola non è propriamente una scuola di teatro, non è un avviamento alla professione per il semplice motivo che il 98% dei ragazzi che vi partecipano non hanno mai fatto teatro né lo faranno mai. Alla non-scuola non si insegnano delle tecniche Gli spettacoli organizzati sono concepiti come un gioco, come eventi unici, nel senso che lo spettacolo dura solo un giorno e non si replica mai.

Come definiresti il fare teatro oggi? Pensi che il teatro possa avere un ruolo nella società di oggi?
Credo che il teatro abbia ancora una forza da preservare e da conservare. Uno dei suoi ambiti è raccontare una società e mettere l’uomo di fronte a se stesso; ma ciò molto spesso risulta essere un’utopia. Una cosa di cui sono profondamente convinto è il carattere minoritario di persone che si riuniscono e producono un pensiero sul mondo. Bisogna tener conto poi della condizione attuale nel dire che il teatro è un nucleo minoritario di persone ha ancora un senso.
Se pensiamo agli anni Settanta il teatro era vissuto da una larga fetta di popolazione, il teatro poteva dire la sua. In un’epoca come la nostra il teatro va visto in una prospettiva di alta responsabilità: da pochi a pochi. Costruire una rete piccola di persone che si rivolgano ad altri pochi; così facendo si finisce per pensare ai molti.


Antonio Guerrera

Dialogando con‭…



Marco Martinelli alla scoperta del Teatro delle Albe


L‭’‬intervista a Marco Martinelli del‭ ‬31‭ ‬gennaio è un tassello che si va ad affiancare non solo allo spettacolo da esso creato,‭ ‬Leben,‭ ‬ma anche al seminario e alla conferenza sostenuti dal Teatro delle Albe.‭ ‬Per un limitato gruppo di persone è stato possibile‭ ‬assistere al seminario sulla non-scuola,‭ ‬durante il quale temi come istinto dionisiaco,‭ ‬conoscenza asinina e improvvisazione sono stati approfonditi nella loro complessità.‭ ‬Per induzione si è giunti fino alla conoscenza del teatro come organo indipendente.‭
Queste nozioni sono imprescindibili dall‭’‬intervista che deve prendere forma poggiando saldamente sui concetti che l‭’‬ hanno preceduta.
Il Teatro delle Albe nasce dalla passione dei suoi fondatori,‭ ‬Ermanna Montanari e Marco Martinelli,‭ ‬i quali hanno compiuto un cammino all‭’‬interno del mondo culturale,‭ ‬per mezzo di un loro particolare lavoro che li rende sempre più conosciuti e ricercati.‭ ‬Il Teatro delle Albe ha al suo interno due realtà differenti e parallele:‭ ‬la non-scuola e la Bottega.‭ ‬La prima consiste‭ ‬in dei laboratori teatrali che vengono proposti ad alcune scuole medie superiori e che hanno l‭’‬intento di rendere consapevoli i giovani adolescenti coinvolti,‭ ‬della loro teatralità innata.‭ ‬La finalità di questa collaborazione è uno spettacolo a coronamento di una crescita condivisa tanto dalle guide quanto dagli allievi.‭ ‬La Bottega invece è una compagnia gestita da Marco Martinelli e Ermanna Montanari che propone periodicamente varie messe in scena.‭
Marco Martinelli è sia il principale referente della non-scuola sia il drammaturgo e il regista della Bottega delle Albe.‭ ‬Egli,‭ ‬nel parlare della non-scuola,‭ ‬ha fatto emergere una separazione implicita da Ermanna Montanari,‭ ‬che si inserisce meglio all‭’‬interno della Bottega delle Albe.‭

Come è strutturata la Bottega delle Albe sul piano organizzativo‭?

Il direttore organizzativo del Teatro delle Albe è Marcella Nonni.‭ ‬È lei che gestisce la parte burocratica e quindi ne conosce ogni dettaglio.‭ ‬Il Teatro delle Albe è una cooperativa di circa una quarantina di persone,‭ ‬ognuno considerabile in quanto socio.‭ ‬Abbiamo tutti lo stesso stipendio,‭ ‬indipendentemente dal ruolo che abbiamo nella Bottega:‭ ‬questa è una legge interna al nostro gruppo,‭ ‬siamo tutti sullo stesso livello.‭
Il teatro riceve annualmente dei finanziamenti statali e gode anche della collaborazione,‭ ‬ormai ventennale,‭ ‬con il comune di Ravenna,‭ ‬il quale ci permette di gestire il teatro Rasi

Com’è vissuto il rapporto tra Ermanna Montanari,‭ ‬in quanto attrice,‭ ‬e Marco Martinelli nelle vesti di drammaturgo e regista,‭ ‬ovvero come si scontrano/incontrano la ricerca soggettiva di un ruolo e la creazione di testo e spettacolo‭?

Io e Ermanna siamo due creatori e i nostri mondi vengono costruiti insieme,‭ ‬ognuno con la sua specificità.‭ ‬Abbiamo ossessioni che si richiamano continuamente e che si ritrovano nel lavoro finito.‭ ‬Niente viene definito all‭’‬inizio della nostra creazione,‭ ‬neanche i ruoli:‭ ‬tutto nasce da un gioco alchemico.‭ ‬Questo vale per ogni attore:‭ ‬la propria parte emerge dal lavoro che viene fatto insieme.‭ ‬Ermanna dice sempre che l‭’‬io è come un condominio,‭ ‬abitato da voci e maschere che premono per uscire e,‭ ‬se queste sono in conflitto,‭ ‬si accorderanno in un piano superiore di crescita interiore.

Ci ha affascinato molto la vostra cultura ampia ed eclettica.‭ ‬Ci puoi raccontare la vostra formazione‭?

Il nostro percorso,‭ ‬mio e di Ermanna,‭ ‬è cominciato con il corso di Lettere Moderne nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna.‭ ‬Abbiamo studiato gli antichi e tutta la cultura europea,‭ ‬perché studiare l‭’‬antico,‭ ‬chi ci ha preceduto,‭ ‬è come studiare noi stessi.‭ ‬Per noi i libri hanno sempre qualcosa da dirci.‭ ‬Ogni volume di qualsiasi biblioteca pulsa di vita.‭
Inoltre penso che il teatro non possa‭ ‬prescindere dagli altri linguaggi artistici.‭ ‬Esso ha una natura di per sé filosofica e la cultura che vi sta alla base non può essere un‭’‬accumulazione di dati.‭ ‬La continuità dei nostri studi e interessi ci ha portato ad approfondire in questo momento Rosvita,‭ ‬una delle prime scrittrici di teatro che‭ ‬traduceva Terenzio.‭ ‬Per noi lei è una delle tante situazioni in cui l‭’‬antico riemerge nel contemporaneo.‭ ‬E questo è un esempio del nostro modus operandi.

Riguardo ora il vostro ultimo spettacolo,‭ ‬Leben,‭ ‬sappiamo che ha debuttato con un altro titolo che era‭ ‬Scherzo,‭ ‬satira,‭ ‬ironia e significato profondo.‭ ‬Per quale motivo il titolo è stato modificato e quale è stato il processo che ha portato a tale cambiamento‭?


Scherzo,‭ ‬satira e ironia e significato profondo è stato preparato insieme a Sterminio,‭ ‬spettacoli profondamente uniti tra loro.‭ ‬Lavoravamo con lo stesso gruppo di attori,‭ ‬contemporaneamente a entrambe le messe in scena.‭ ‬È stato un periodo molto stressante,‭ ‬durante il quale il mio editore mi ha richiesto un titolo per la pubblicazione del testo del primo spettacolo.‭
Scherzo,‭ ‬satira e ironia e significato profondo era un riferimento in onore all‭’‬ opera originale di Grabbe,‭ ‬al quale ci siamo ispirati per la trama ottocentesca,‭ ‬moltiplicando però gli elementi descritti.‭ ‬Infatti nel dramma c‭’‬era un solo naturalista e una sola fidanzata,‭ ‬mentre con me sono diventati due naturalisti e due fidanzate.‭ ‬Anche il monologo di Mordax è stato appositamente creato per il nostro spettacolo.‭ ( ‬n.d.r.‭ ‬Mordax è un personaggio del testo di Grabbe che è stato esportato nello spettacolo‭ ‬teatrale nei panni del diavolo e al quale è stato creato un intero dialogo‭)
Subito dopo la pubblicazione,‭ ‬quando il nostro studio era avanzato,‭ ‬sentivo l‭’‬esigenza di un titolo che rispecchiasse maggiormente il nostro lavoro,‭ ‬che ormai non era più una riscrittura di Grabbe ma una produzione divenuta autonoma.‭
Così abbiamo avuto l‭’‬esigenza di cambiarlo con Leben che è un titolo incisivo.‭ ‬Anche a livello pubblicitario è più d‭’‬impatto e soprattutto rispecchia maggiormente la nostra ricerca.‭

Parlando della non-scuola,‭ ‬come viene affrontato il problema della comunicazione,‭ ‬tanto linguistica,‭ ‬quanto sociale,‭ ‬a Chicago,‭ ‬in Kenya e a Scampia‭ ?

Per noi,‭ ‬non esistono differenti lingue o problemi sociali.‭ ‬Tutti hanno le stesse difficoltà indipendentemente‭ ‬dal luogo in cui vivono.‭ ‬Le regole di base della nostra non-scuola sono contenute nel Noboalfabeto,‭ ‬un non-manuale costruito con un andamento poetico‭; ‬queste regole ci permettono di impostare il lavoro iniziale con ogni gruppo di ragazzi.‭ ‬Da qui inizia il‭ ‬nostro lavoro insieme.‭ ‬Per questo la comunicazione non è un problema.‭ ‬Inoltre noi assorbiamo le abitudini di coloro con cui veniamo in contatto e attraverso il loro linguaggio impariamo e comunichiamo da e con‭ ‬loro,‭ ‬nel medesimo momento.


Valeria Bernini e Elena Bruni

Un'illustrazione banale del male

LEBEN, Teatro delle Albe

Tra ottocento e giorni nostri, lo spettacolo delle Albe non convince, giocando tutto sull’esteriorità della visualizzazione.

Un omino con la giacca rossa si aggira tra gli spettatori distribuendo un foglietto ai signori che attendono l’inizio dello spettacolo. Sala buia: tante ragazzine in camicetta bianca si seggono in platea accanto agli spettatori.
Sul foglietto (ormai aereoplanino) la rivelazione: siamo tutti azionisti della “Leben” (in tedesco, “vita”), azienda che produce ragazze in valigia: sesso portatile. Azienda diretta dalla sig.ra Condolcezza, spaventosa quasi quanto il personaggio reale che evoca.
Poi spazio e tempo si sdoppiano. E ricompare l’omino con la giacca rossa: è un giovane diavolo (ha solo seicento anni) che, catapultato nell’Ottocento, rischia l’assideramento.
“In che tempo crediamo di vivere? In un Ottocento da cartolina o nelle festose visioni da incubo dell’azionariato del male di inizio millennio?” si chiedono Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Non avendo mai avuto un dubbio di questo tipo, l’oscillare dello spettacolo tra i due contesti temporali rimane inspiegabile.
Grazie al diavolo (l’omino con la giacca rossa), resisto agli assalti della distrazione: vederlo saltare convulsamente e ascoltarlo sbraitare le sue nevrosi di demone che si ribella alla banalizzazione del Male, restituisce un certo appeal allo spettacolo. Alla presenza di questo personaggio sono legate anche le soluzioni sceniche più convincenti, quelle dotate di maggiore aggressività visiva.

Se dovessi trovare un aggettivo che sia sunto di questa messa in scena sceglierei visionaria: la vacuità del termine è adeguata a rivelare un’abitudine decorativa che si concentra sulla visualizzazione ma non sulla visione.
Molto curato. Molto suggestivo. Ma disinnescato.

Serena Facioni

Maestri, guide e pedagogie 'alternative'

Una riflessione sul fascino forviante dei maestri a partire dall’esperienza della non-scuola descritta da Marco Martinelli, tra sfumature di senso e scarti semantici.

G: GUIDE.
Non ci sono padri, non ci sono maestri nella non-scuola. Solo guide che conducono gli adolescenti verso lo spettacolo, che favoriscono il gioco. Chi sono le guide nella non-scuola allora? Possono essere registi, possono non esserlo. Quello che li distingue è il loro “stare in mezzo”, non come acqua stagnante, bensì a dissolvere le superfici apparenti, tra gli adolescenti e la Tradizione.

L’incipit scelto è tratto dal “Noboalfabeto” stilato per la non-scuola di Marco Martinelli.
La scelta della parola “guida” puntualizza uno scarto che sembra più un cavillo che una reale differenza: lo scarto esistente tra una “guida” e un “maestro”.
Nel più classico strumento per la navigazione marittima, la bussola, l’indicazione dei quattro punti cardinali è sovrapposta al disegno della rosa dei venti. Al vento indicato come principale, al vento guida, è stato attribuito il nome di Maestrale: vento maestro. L’esempio, anche se estraneo al contesto teatrale, rivela come l’uso dei due vocaboli sia non strettamente sinonimico, ma intuitivamente sovrapponibile a livello semantico.
Descrivere il proprio ruolo attraverso un’impercettibile differenza di senso non estromette con sufficiente convinzione la relazione di docenza–discenza. Favorire, guidare il gioco: anche se l’insegnamento è esperito e non impartito, non se ne elimina la sua intenzione pedagogica.
Ancora dal “Noboalfabeto”:

B: BUGIA. L’etimologia ci rivela la presenza del male nella parola bugia: dall’antico provenzale bauzìa al franco bausì, ovvero “malvagità”, “male radicale”. Ma nell’etimo del suo più significativo sinonimo, rappresentato dalla parola menzogna, c’è l’eco del verbo latino mentiri, “immaginare”, poi “fingere”, da mens mentis, mente […].

Da un altro alfabeto:
B: BUGGERARE. Verbo derivante dal termine Buggero, nome col quale si indicavano gli appartenenti alla setta eretica medievale dei bogomili , oggi usato per dire “imbrogliare”, “raggirare”.
Nelle sfumature di senso di questo vocabolo è rintracciabile una certa dose di furberia, forse non proprio estranea alla volontà di camuffare un’inclinazione pedagogica attraverso concetti accattivanti come “non-scuola”, “improvvisazione”, “gioco”, “marionetta” (tutti rigorosamente presenti all’appello nell’alfabeto martinelliano).

Circuitare i testi della Tradizione attraverso la ludicità innata in ogni essere umano.
Non preoccuparsi degli stili e delle poetiche.
Liberare il fuoco della creazione per rendere un adolescente coautore e protagonista di un percorso.
Far esplodere quell’energia immaginifica, irriverente e iconoclasta che gli è propria.

Questi postulati, dotati certamente di fascino, sono però consumati dall’uso che ne è stato fatto per ribadire a tutti i costi la propria alterità ottenendo, al contrario, un effetto normalizzante. Così, ciò che si vuole eversivo diventa stereotipo e ciò che si vuole originale suona ingenuo. E questa, è un’ingenuità che viene tramandata alimentando un repertorio di luoghi comuni.
Esempio.
Marco Martinelli è stato il primo protagonista di una serie di incontri, organizzati nei laboratori DMS, dedicati all’annosa questione della formazione dell’attore. La conferenza è stata la conclusione del seminario teorico tenutosi nei giorni precedenti: l’esigua platea era quindi composta in maggioranza dai partecipanti. Durante il consueto spazio riservato alle osservazioni o alle domande degli ascoltatori, uno dei “seminaristi” alza la mano: “Volevo dire che, sì insomma… l’esperienza con la non-scuola è stata molto importante per il mio percorso e mi ha fatto conoscere tante persone che condividono con me delle scelte diverse (?). Perché sì insomma… è una questione di sensibilità (??)… cioè, di una sensibilità diversa (???)… altra.”
Silenzio in sala. L’intervento è stato fondamentale per decidere la conclusione dell’incontro.
Speriamo che non tutti gli allievi siano lo specchio dei difetti del maestro.
Per definire meglio il “martinellismo”, si può raccontare un ulteriore aneddoto (una “martinellinata”). Durante l’ultimo giorno del medesimo seminario, Marco Martinelli, ha invitato i partecipanti a portare del vino per poi coinvolgerli in un esercizio teso a recuperare la teatralità innata e spensierata che ognuno di noi, in quanto triste adulto, ha perso con l’abbandono dell’adolescenza.
Disposti in cerchio, si comincia intonando un testo comune. Poi si battono mani e piedi seguendo un ritmo uniforme, mentre si ripetono gesti e intonazioni vocali di colui che, posto al centro, fa da corifeo a questo gruppo che si è sorprendentemente, improvvisamente e meravigliosamente riscoperto coro.

Dal mio alfabeto:
V: VINO. Era evidentemente buono.
Bando all’ironia molesta.
La relazione docente–discente ha una natura privata ed elettiva. E non è positiva o negativa in sé, piuttosto costruisce la sua connotazione attraverso la “fertilità” dell’allievo e dell’insegnante (o guida, o maestro).
Forse è eccessivamente categorico continuare a sostenere che il teatro non si possa insegnare. L’ostinata ritrosia riservata al concetto di Insegnamento è un’obsolescenza ideologica legata a un pensiero pseudo–libertario vecchio di trent’anni.
Nella parola “insegnamento” si comprimono abitualmente significati legati alla costrizione, all’accademismo, a una pedanteria mortificante. Così l’insegnante assume le fattezze anacronistiche del precettore, dell’istitutore.
Quello esistente tra Maestro (o Guida) e Allievo, non è un legame imposto da ruoli istituzionali socialmente riconosciuti. È una “relazione clandestina” generata da un incontro casuale.

Serena Facioni

Tra asinelli, marionette e cori improvvisati

LE ALBE RACCONTANO LA NON-SCUOLA

Dal 28 gennaio al 1 febbraio, presso i Laboratori DMS, il Teatro delle Albe ha regalato ad alcuni studenti universitari un seminario sulla speciale e decennale attività della non-scuola.


28 GENNAIO

Siamo radunati nel teatro dei laboratori DMS.
Lorenzo Donati, testimone fisico della non-scuola, ex allievo diventato oggi guida del laboratorio “Lo spettatore con il taccuino in mano”, comincia a delineare quelle che sono state le linee teoriche da cui è partita l’attività nel 1991 su iniziativa di Marco Martinelli e Maurizio Lupinelli. “La non-scuola, allora, non si chiamava così” comincia Martinelli, ricomponendo i tasselli della sua esperienza. Nel 1983 insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni, fonda il Teatro delle Albe, compagnia che sceglierà di impostare il proprio percorso teatrale sul connubio fra tradizione e innovazione. Martinelli oltre a essere il regista è anche l’autore dei testi che vengono scritti o ex-novo o riadattando i classici, ispirandosi agli antichi e al tempo presente, ma sempre pensando le storie per gli attori che diventano veri e propri co-autori degli spettacoli. Dopo circa otto anni di attività a Ravenna, il Comune assegna alla compagnia la gestione dei due teatri della città, il Rasi e l’Alighieri. Il gruppo farà del primo il cantiere del nuovo e del secondo la fucina della tradizione, al fine di creare non un teatro stabile identico agli altri presenti sul territorio nazionale, ma un teatro “corsaro”, emblema di una pratica di “coltura” teatrale, che ha uno dei suoi punti di forza nella non-scuola.
L’attività dei laboratori all’interno delle scuole medie secondarie non ha finalità prestabilite e non consiste nell’insegnamento (perché il teatro non può essere insegnato secondo le Albe), come sottolinea il nome che le è stato attribuito: è un gioco condiviso, nel senso più teatrale del termine.
Alla domanda: “Perché avete scelto proprio gli adolescenti come punto di riferimento?”, Marco ed Ermanna hanno risposto che in questa età i ragazzi sono come “magma in movimento… possono essere tutto non essendo ancora ingessati come gli adulti. Possono e devono sperimentare prima di capire cosa saranno.” Martinelli parla non di "mettere in scena”, ma di “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. Si parte con il fare a pezzi il testo: disossare. Dopo aver rubato a Shakespeare, a Sofocle, ad Aristofane lo spunto iniziale, si tenta di costruire, assieme ai ragazzi, un terreno fertile di energie. Non si tratta né di un criterio di fedeltà né di sovversione al testo, bensì di creazione continua. In questo scenario, la guida svolge un ruolo fondamentale, in quanto fa da medium fra il “morto” e il “vivo”, fra il classico teatrale e l’adolescente.
A questo punto ci viene illustrato il Noboalfabeto, che non è un manuale, ma un approccio che la guida, l’adulto, utilizza per entrare in empatia con il ragazzo. “Attraverso lampi, illuminazioni”, spiega Ermanna, è possibile ricostruire le fondamenta della non-scuola “nel segno di Dioniso”, il Dio della turbolenza sessuale, dell’estasi data dal vino e dal suono dei tamburi; un Dio fuori di testa, spudorato, osceno.


30 GENNAIO

“Allora, cosa ne pensate del Noboalfabeto? Anche qualche sensazione di bassa cucina. Qualsiasi cosa!”. Domina il silenzio nel circolo disegnato dalla ventina di sedie disposte sul pavimento nero del teatro, dove sono rannicchiati gli altrettanti studenti iscritti al seminario. Ci si guarda negli occhi e ci si chiede silenziosamente aiuto. Ma la tensione si abbassa immediatamente. È evidente che siamo in un luogo tangenziale all’università, ma non accademico, e che la domanda fatta da Marco Martinelli non è un’interrogazione. In pochi hanno letto il Noboalfabeto, questa sorta di filo rosso che procede dalla A alla Z, spiegando cosa sia la non-scuola e quali siano i suoi principi non dogmatici e le sue finalità sempre in fieri.
Si ricomincia tutti insieme dalla A di Asinità: una sola parola a partire dalla quale, però, si potrebbe spiegare l’intero percorso che il Teatro delle Albe ha intrapreso con i ragazzi. Un percorso che procede in negativo per arrivare a qualcosa di assolutamente unico: la non-scuola, infatti, ha come destinatari dei non-attori, gli adolescenti che, attraverso delle non-tecniche, vengono accompagnati da una guida, l’adulto, lungo un sentiero che “si allarga, si asfalta e si costruisce insieme” e che conduce all’unico e rituale spettacolo finale.
Si leggono poi insieme altre due parole chiave: Marionetta e Improvvisazione, entrambe antipsicologiche (nel senso, spiega Marco, della piccola psicologia omologata e omologante) e antinaturalistiche, volte alla riscoperta di una natura selvatica e originaria dell’essere teatranti, per andare a scovare lo stupore, l’incanto, la sorpresa di se stessi e delle proprie possibilità. È un cammino anarchico che mette la guida al servizio dell’ “adolescente spappolatore”, di questo “re sbilenco” che è in grado, inconsapevolmente, di rievocare Giordano Bruno, Aristofane o Alfred Jarry, come ci spiega Ermanna.
Sul finire dell’incontro le nostre due “guide” ci raccontano del lavoro su I polacchi, tratto dall’Ubu roi di Jarry, della genesi della messa in scena e di quanto sia stata importante la presenza del coro dei Palotini. Nello spettacolo ravennate, infatti, il coro era formato dai ragazzi prima appartenenti alla non-scuola e poi traghettati alla Bottega delle Albe. Il lavoro è stato affrontato anche a Chicago, in Senegal (dove è diventato Ubu bur) e a Scampia (dove si è trasformato in Ubu sotto tiro). Nei primi due casi il coro era composto da ragazzi del luogo e la resa scenica è stata vincolata dalle loro capacità e dalle suggestioni che erano in grado di fornire. Nel caso, invece, di Scampia, Ubu sotto tiro ha rappresentato il frutto di un’attività laboratoriale più lunga e dai connotati molto diversi.
L’incontro si è chiuso con la visione delle miniature elaborate da Ermanna a partire dal montaggio delle incrostazioni e dei disegni dello stesso Jarry con le foto dei vari spettacoli.


31 GENNAIO

Dopo averci illustrato, negli incontri precedenti, le linee teoriche della non-scuola e le sue modalità espressive, cercando più volte di differenziare l’attività svolta all’interno degli istituti scolastici dalla Bottega delle Albe, Marco ed Ermanna decidono di proiettare due video. Il primo mostra un servizio sul progetto “Arrevuoto”, attraverso la ricostruzione dell’ultima fase del lavoro e alcune interviste; il secondo è Che cosa sono le nuvole?, film del 1967 di Pier Paolo Pasolini, in cui prende corpo quell’idea della Marionetta esposta il giorno precedente.
“Arrevuoto” è un progetto teatrale che, nel 2005, ha portato il Teatro delle Albe a misurarsi con il difficile quartiere napoletano di Scampia.
Il gruppo protagonista del lavoro, ci spiega il regista, si presentava come un magma eterogeneo formato da alcuni ragazzi del quartiere stesso, da un gruppo proveniente da un liceo di Napoli e da rom; ma l’evidente lontananza iniziale è stata immediatamente superata dal lavoro collettivo.
Le differenze tra la non-scuola e il laboratorio di cui Marco ci racconta si palesano velocemente: il lavoro condotto con gli adolescenti napoletani terminava con un evento che contava al suo interno un numero indefinito di non-scuolini, mentre a Ravenna i vari gruppi vedevano la presenza di quindici, venti ragazzi al massimo; “Arrevuoto” prevedeva che la rappresentazione venisse replicata, mentre l’esito finale del laboratorio della non-scuola è un unicum; in una circostanza come quella napoletana, la guida doveva essere anche regista (contrariamente al suo ruolo consueto nelle attività non-scolastiche) e doveva esplicitare la poetica che conduce alla realizzazione finale dello spettacolo. Ultima ma fondamentale differenza è che “Arrevuoto è stata una produzione del Teatro Mercadante di Napoli affidata al Teatro delle Albe, il che ha generato un’eco e un’aura di aspettative molto diverse rispetto a quelle che può rappresentare uno spettacolo della non-scuola: alla prima dell’Ubu sotto tiro, infatti, hanno partecipato anche critici e istituzioni importanti, fra cui il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, il che, ovviamente, ha conferito tutto un altro valore al lavoro, che è diventato, non solo il frutto di un’attività laboratoriale fine a se stessa, ma anche un momento in cui il Teatro delle Albe si è esposto, ha mostrato i suoi principi di base e il suo modo di giocare teatralmente con i ragazzi.
Semplificando, Marco ed Ermanna affermano che il percorso che porta alla non-scuola e quello che conduce ad “Arrevuoto” sono identici per quel che riguarda il lavoro con gli adolescenti ma diversi nella ricezione del risultato finale.
Questo terzo incontro sarebbe dovuto essere l’ultimo del seminario. Marco, però, non sembra essere soddisfatto e ritiene che sia necessario agire nella pratica ciò che, fino a ora, è stato esposto solo teoricamente. Così si inizia a intonare insieme un’ottava del Boiardo e ci si dà appuntamento all’indomani con la domanda: “Chi porta il vino?”.


1 FEBBRAIO

Il primo febbraio quello che doveva essere un semplice seminario teorico è diventato qualcos’altro: un’esperienza coinvolgente, dissestante e rivoluzionaria.
Risulta molto difficile descrivere ciò che è avvenuto per una persona che ha partecipato al piccolo moto. Si tenterà quindi di farlo con la maggiore oggettività possibile.
Il gruppo appare leggermente più scarno rispetto ai giorni precedenti. Su una panca del teatro DMS hanno trovato posto alcune bottiglie di vino rosso recuperate dagli studenti e portate perché facciano da incentivo-carburante per iniziare: l’idea non è, ovviamente, quella di perdere la lucidità, ma solo di scaldarsi con la maggiore cura possibile per il luogo ospitante.
Un bicchiere si beve prima di cominciare. Tutti insieme, in piedi, si inizia a intonare un testo comune portato da Marco e già sperimentato in altre occasioni. Si battono piedi e mani e si mantiene un ritmo uniforme, mentre si ripetono, il più fedelmente possibile, i gesti e le intonazioni vocali di colui che, al centro del cerchio, fa da corifeo di questo coro improvvisato e sorprendente.
Marco lascia il suo posto e invita chiunque ne abbia voglia, in assoluta libertà, a entrare. Dopo un inevitabile momento di imbarazzo, si comincia.
I movimenti mutano da persona a persona: c’è chi danza, chi salta, chi cammina, chi si accompagna con mani e piedi, chi si butta in ginocchio o a terra, chi ruota su se stesso; ma qualsiasi gesto fatto al centro del cerchio viene ripetuto dal suo perimetro. Anche i più timidi vincono i loro timori e il testo di base si arricchisce di nuove storie improvvisate: entrano in scena il coinquilino mussulmano che non beve vino (e giù il secondo bicchiere!), la cara zia Franca che passeggia sul suolo di Marte, la Luna, in tutte le sue simbologie, la Guerra e la Fortuna, tutti i tipi di paura e di rabbia. Ogni cosa potrebbe rientrare in questo grande calderone umano, perché ogni paradosso, apparentemente privo di senso, acquisirebbe un suo specifico valore. Il gruppo è diventato una cosa sola, un solido folle coro senza musica e senza partiture prestabilite.
Alla fine la stanchezza si accompagna a una particolare ebbrezza (non provocata dal vino bevuto, ma dell’esperienza vissuta insieme): la sensazione di possedere una teatralità innata e spensierata, una teatralità asinina che non va perduta, ma conservata gelosamente, contro qualsiasi gelido ordine mentale e al di là di cosa si voglia fare delle proprie vite.
In quelle due ore ogni ragazzo sente di aver messo qualcosa di sé in condivisione e di essersi appropriato di qualcosa di qualcun altro. In quelle due ore è avvenuto qualcosa di individuale e collettivo, contemporaneamente, qualcosa di coinvolgente, dissestante, rivoluzionario. In quelle due ore è avvenuto qualcosa di praticamente indescrivibile.

Nicoletta Lupia e Maria Pina Sestili