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Osservazioni, schizzi, resoconti, pensieri imperiodici dalla stagione del centro di promozione teatrale La Soffitta e non solo. Servizi, approfondimenti e recensioni a cura del laboratorio di critica teatrale "Lo sguardo che racconta" condotto da Massimo Marino presso la Laurea Specialistica in Discipline Teatrali dell’Università degli studi di Bologna.


Direttore: Massimo Marino

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Redattori: Beatrice Bellini, Lorenzo Donati, Alice Fumagalli, Francesca Giuliani, Maria Cristina Sarò

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giovedì 28 febbraio 2008

Tra le parole, il protagonista è ancora il silenzio

ALTRI GIORNI FELICI, di Remondi e Caporossi

Il vecchio e il nuovo, l’inizio e la fine, Beckett e Rem e Cap che si incontrano per raccontarci “Altri giorni felici”, così lontani e vicini allo stesso tempo.

Una confessione, un omaggio, forse il rito di un passaggio…ricordi che riaffiorano confusi, conservati in una ormai affaticata, ma lucida mente, che li raccoglie per conservarli in un barattolo e consegnarli a chi sta nascendo e prenderà il suo posto.
“Altri giorni felici” è il nuovo, e mi ha lasciata la sensazione che sia l’ultimo, spettacolo della storica coppia romana, Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, pilastri della ricerca teatrale italiana.
Questo spettacolo, ispirato al testo Giorni felici di Beckett, la definirei un’autobiografia della loro storia teatrale e della loro sensibilità artistica, che molto deve all’universo beckettiano. “Giorni felici” fu il primo lavoro che misero in scena all’inizio della loro avventura teatrale negli anni ’70, ma non fu mai rappresentato a causa del rifiuto, da parte dei possessori dei diritti, di concederne il permesso.
A Rem&Cap non manca certo l’inventiva! Dopo trentacinque anni, facendo scacco matto alle pratiche legali, riescono non solo a portare in scena un lavoro di Beckett, ma a rimanere fedeli al loro particolare modo di scrivere la scena teatrale, trasformando e plasmando gli oggetti affinché si riconosca la materia di partenza, ma vi si veda altro, si aggiungano altri significati.
Questa volta Remondi è sul palco con un giovane attore, Davide Svignano, mentre Caporossi disegna una raffinata regia, che cristallizza un luogo ai confini del tempo e dello spazio.
Ora le parole inondano la scena, si rincorrono, si ripetono, esitano e tornano a strabordare. Azioni minimali e asciutte, e non manca il protagonista di tutti i loro spettacoli, il silenzio. Remondi, seduto in una sorta di girello, si ritrova allo stesso tempo bambino e anziano, a metà fra il suo cappello e le sue scarpe, e sfilando e infilando le chiavi nei tanti fili della sua vita, apre e fa fuoriuscire pezzi di ricordi. Una larva fetale al di sotto, vi si nutre.
Nel secondo atto, Remondi parla e ascolta, come il vecchio Krapp di Beckett, la sua voce registrata, con le spalle agli spettatori…e poi lentamente con passo umile e stanco esce dalla scena.

Saula Nardinocchi

Aleppe!


Uno sguardo dall’interno sul laboratorio di Riccardo Caporossi

Un lavoro collettivo che parte dalla “Divina Commedia” per arrivare alla costruzione di un’azione autonoma e originale in cui il disegno scenico del regista, e le “interferenze” degli allievi trovano soluzioni coerenti.

***


Il primo giorno non manca nessuno; i diciannove studenti del DAMS ( e non solo, tanto che tra di loro campeggia, alto e magro, uno studente di ingegneria!) che si sono iscritti al laboratorio di Riccardo Caporossi, “Aleppe!”, sono pronti ad immergersi in sei ore di duro lavoro quotidiano, per dieci giorni consecutivi. Chi scrive, non è tra questi; l’informazione, certamente non è influente ai fini del resoconto sull’attività svolta, ma lo è per riflettere su come a volte, inconsapevolmente, il teatro ci trascini nei suoi meccanismi più intimi, anche a prescindere dalle nostre volontà, e su come alcune occasioni fortuite, si rivelino illuminanti più di tante altre che invece abbiamo fortemente cercato. Cosa è successo in quelle prime sei ore di lavoro? Apparentemente nulla, tanto che alla fine della giornata, le facce che si vedono in giro, sono interdette, talvolta imbronciate: Dove è finito il training dell’attore? Gli esercizi sulla respirazione sono stati banditi dal teatro? Dov’è il testo? Ci sarà una componente di improvvisazione? Cosa faremo se il disegno dello spettacolo è già compiuto? E poi…chi é questo regista che parla così sommessamente, dalle sembianze beckettiane (neanche tanto vaghe), che arriva con la sua professionalissima ventiquattro ore piena di appunti e di disegni, che risponde pacatamente anche quando lo subissiamo di domande, che sembra quasi volerci tenere celato il senso di quello che andremo a fare? Così, sulla scorta di questi amletici dubbi, il secondo giorno il numero dei partecipanti si è drasticamente ridotto, da diciannove a undici…dodici, compresa me che, come anticipavo, ero lì con uno scopo differente, osservare il lavoro condotto da Caporossi per la mia tesi di laurea. Cosa avrà fatto fuggire a gambe levate dal laboratorio gli altri? Il mio ruolo di osservatrice esterna, ha suscitato questa intuizione: a provocare la defezione non è stato ciò che si è fatto il primo giorno, piuttosto quello che non si è fatto… niente esercizi sulla respirazione, né sulla voce, nessuna accenno alla preparazione fisica…Ma cerchiamo di chiarire meglio questo punto. Superati i preamboli delle reciproche presentazioni, il regista propone un’esercitazione/gioco di gruppo il cui scopo è quello creare una catena coerente e ritmicamente determinata di azioni , senza fratture o battute d’arresto…sembra facile, in realtà non lo è. Ma ( finalmente!) il senso del lavoro inizia lentamente a svelarsi; si parte dalla lettura di un estratto del settimo canto dell’Inferno dantesco, che racconta le tristi pene degli avari e dei prodighi – peccatori per eccesso – e dalla quale si apprende che “Aleppe!” è un’invocazione che i dannati pronunciano, ma della quale non si conosce il preciso significato, un vero rompicapo anche per i critici danteschi più ferrati. L’ipotesi interpretativa privilegiata è quella secondo la quale “Aleppe!”, sia parola che evoca la prima lettera dell’alfabeto ebraico “aleph” e dunque l’idea dell’origine del tutto. Ma cosa ha a che vedere tutto questo con gli enormi sacchi di iuta che d’improvviso Caporossi ha portato sul palco del teatro? Apparentemente nulla; il compito dei partecipanti ora, è quello di creare delle improvvisazioni in coppia, avendo a disposizione due elementi: il sacco, e una “battuta”: “Perché tieni? Perché burli?”, ovvero le domande che i dannati del settimo canto dantesco si ripetono in una cantilena estenuante. Il secondo giorno, gli strenui allievi resistono, ma la defezione di altri ha fatto saltare il gioco delle coppie; come rimediare a tutto questo? Mi viene gentilmente chiesto di prestarmi, solo per quel giorno, a sostituzione di una persona; ancora non sapevo che quella persona era solo l’ultima di quelle che non sarebbero venute più, e che la mia sostituzione sarebbe diventata permanente, aggregandomi così definitivamente nella schiera dei prodighi o degli avari, a seconda delle esigenze del caso. I primi giorni di lavoro passano cercando e provando diverse soluzioni sceniche proposte dagli allievi: alcune di queste sono le stesse che, ripulite dalle loro imperfezioni, vengono scelte per essere intessute nella trama dello spettacolo. Perchè nel frattempo infatti, qualche velo è caduto per rivelare le apparenti, nebulose finalità di questo laboratorio: l’idea è quella di costruire uno spettacolo in cui un primo momento - il cui disegno è già ben chiaro nella mente del regista - si congiunga con un altro momento dominato dalle improvvisazioni proposte dagli allievi, cercando però tra questi due istanti una soluzione di continuità, continuità scandita, oltre che dalla presenza rituale dei sacchi in scena, anche dalle musiche e dai ritmi, scelti non come accompagnamento musicale alle azioni, ma come tempo all’interno del quale le azioni stesse si svolgono. È così che progressivamente prende forma la prima parte dello spettacolo: un vagare di anime in pena estenuante e senza consolazione, scandito dalla presenza di due guardiani che indicano la direzione del percorso, determinano i momenti di pausa e quelli di movimento, un ingranaggio che si muove all’interno del contesto sonoro creato dalle musiche di Luciano Berio. Ma qual è l’anello di congiunzione tra questi due momenti? È l’idea del Male, un Male atavico e imprescindibile che vive annidato nel profondo del cuore dell’uomo; allora, ecco che all’invocazione “Pape Satan, Pape Satan, Aleppe” l’ingranaggio infernale si blocca, prodighi e avari si trasformano in deportati nei campi di concentramento - atmosfera nella quale ci introduce il contesto sonoro, l’operetta di Shoenberg “Il sopravvissuto di Varsavia” - che in un crescendo di volumi e disperazione, trascina lentamente tutti fuori dalla scena, per poi ripresentarci sotto spoglie diverse. La seconda parte dello spettacolo coincide idealmente con la seconda fase dell’attività laboratoriale. Dopo i primi giorni trascorsi a montare gli ingranaggi del “meccanismo” e a stimolare gli allievi nella ricerca autonoma di soluzioni scenicamente efficaci, ora si procede ad una scrematura di queste stesse azioni e ad una loro “pulitura” per renderle fattibili. Alcune soluzioni vengono preferite ad altre; sono soprattutto quelle che creano automatismi e ripetitività nelle azioni, ad essere promosse e imbastite tra di loro cercando di uniformarle nel ritmo. Di volta in volta si vedono dunque sulla scena; una catena di montaggio di esseri deprivati della loro umanità, insaccati e collocati su un immaginario nastro trasportatore - molto presente però concettualmente nel ticchettare costante di un metronomo - un re che pomposamente sfila su un tappeto che due servi fanno a gara per stendergli ai piedi, una solitaria viaggiatrice che si flagella, una vittima e una carnefice indissolubilmente legati da una corda e dal fardello della loro pena, un “sacco” che trascina a peso morto il corpo di un uomo. La difficoltà di queste azioni risiede soprattutto nel loro “montaggio”. Era infatti necessario che, per non interrompere il senso di ciclicità dell’azione, sapientemente costruito nella prima parte del lavoro da Caporossi, anche le improvvisazioni avessero una loro ritmicità, sempre la stessa; incalzante e inesorabile. Sono state provate diverse soluzioni fino a quando sì è finalmente trovata la sequenza che maggiormente rispondeva a questa necessità. L’ultima fase del lavoro è costruita sul processo di “espiazione” del peccato, cercando anche in questo caso, soluzioni sceniche coerenti. E’ così che dopo un’ultima invocazione al grido di “Aleppe!” cui fa seguito, ora come in precedenza, la discesa di una fioca lampadina attorno alla quale si riuniscono i dannati, comincia il processo di “conversione” da uno stato all’altro. Tutti, accomunati dal loro essere peccatori, sono ora legati dall’urgenza del cambiamento, cambiamento che paradossalmente, coincide con l’uniformarsi della loro apparenza; infatti, cambia il loro stato, ma la loro immagine è reiterata con forza sulla scena. Tutti, con il sacco, preparano una sorta di sudario nel quale avvolgersi e con il quale coprirsi, per poi cominciare un lento giro sulla scena scandito d una sequenza codificata di passi. Due figure “altre” rispetto a queste, avanzando dai lati della platea, attraversano diagonalmente la scena; il richiamo appena percettibile di un campanello, avverte i dannati della loro imminente uscita; accodandosi a queste due figure, abbandonano la scena. E’ attraverso questo lavoro che gli allievi hanno potuto confrontarsi con le modalità sceniche e le soluzioni teatrali più praticate da Riccardo Caporossi, tanto nella sua attività laboratoriale, quanto nel suo lavoro come elemento fondante di un duo artistico che da trentasette anni è sulle scene di tutti i teatri, Rem e Cap, la “formazione” cui da giovanissimo, Caporossi ha dato vita con Claudio Remondi. Il senso dell’immobilità, il tentativo di veicolare un messaggio anche attraverso canali alternativi al parlato, la costruzione di un lavoro in collettivo che però desse spazio anche alle esigenze e alle proposte degli allievi, una drammaturgia dello spazio che fa di quest’ultimo un elemento con il quale relazionarsi e non uno sterile cornice per le azioni…il risultato finale di uno spettacolo con una sua coerenza interna, che però è riuscita ad arrivare anche alla platea…questi sono stati i “dettati” artistici di “Cap”, questo il succinto resoconto di dieci giorni di duro lavoro, di polvere, di crisi asmatiche provocate dai sacchi di iuta…alla fine, i dodici temerari che hanno resistito strenuamente fino all’ultimo, sono soddisfatti. Anche la mancata osservatrice esterna.

Giusy Ripoli.

Da Winnie a Claudio Remondi

ALTRI GIORNI FELICI, di Remondi e Caporossi

Il percorso di un lavoro beckettiano che lo storico duo del teatro italiano Rem & Cap ha sapientemente attraversato negli anni, per approdare a un esito finale autonomo.

L’uomo si trova da sempre in una condizione di reiterata impotenza, davanti alla realtà, davanti all’infinito, davanti a se stesso; l’arte, di contro, cerca di dar forma a questi dubbi generando, se non possibili risposte, tortuosi percorsi di ricerca e riflessione.
Da trentacinque anni Claudio Remondi e Riccardo Caporossi - due formazioni differenti - l’uno studi architettonici l’altro scuole di teatro tradizionali, percorrono insieme un tragitto che ha segnato la storia del teatro di ricerca in Italia.
“Altri giorni felici” sembra rappresentare la chiusura di un ciclo, o forse un più chiaro richiamo a quel testo di Beckett che nel 1970 fece incontrare i due attori, e che però non poté mai essere rappresentato.
Gli scritti del drammaturgo irlandese sono infatti protetti dal diritto d’autore, in maniera capillare, dall’ultimo suo erede Edward Beckett, e in Italia dall’agenzia teatrale D’Arborio, che nel 2006 ha intrapreso una battaglia legale con Roberto Bacci, regista del teatro di Pontedera, “reo”di aver affidato a due sorelle gemelle le parti di protagoniste di “Aspettando Godot”.
Nonostante il grande scrittore statunitense Edward Albee, definisca “stupido” oltre che illegale, non rispettare pedissequamente le indicazioni nei testi di Beckett, la genialità di questo, non risiede forse nella capacità di far riflettere su concetti universali, descrivendo una realtà apparentemente assurda?
Questo Remondi e Caporossi lo sanno bene, e aggirando l’ostacolo prendono Beckett con i suoi “Giorni felici”, a pretesto drammaturgico e simbolico per fare, dopo trent’ anni, i loro “Altri giorni felici”.
Sulla scena una struttura in acciaio, ancorata al suolo con i suoi tentacoli, regge a mezz’aria un uomo, anch’egli ancorato alla sua realtà tra cielo e terra.
Dall’alto una fune regge un cappello (da sempre simbolo di Rem & Cap) che lentamente plana sul capo e sui pensieri dell’uomo, in basso un paio di scarpe fanno compagnia ad un altro attore, muto e anonimo nella sua tuta bianca, pronto a ricevere tutto ciò che “cade dal cielo”.
Poi la parola prende il sopravvento: parola evocata, giocata, vissuta e stuprata da un flusso di coscienza che non lascia spazio alla comprensione.
Centinaia di chiavi, riescono a instaurare una simbolica relazione con il verbo; la chiave come possibile libertà, la chiave come ricerca di un’interpretazione, la chiave come impossibilità di trovare quella giusta.
In scena c’è la vita, con le sue contraddizioni e i suoi punti irrisolvibili, quella vita che spesso non viviamo, ma osserviamo da lontano; ed ecco che nel secondo atto l’uomo non parla più, e sceso dal suo “piedistallo”, ascolta inerme e con le spalle rivolte al pubblico una voce (forse la sua?) che ripropone, con altre parole, quel graduale flusso di coscienza che questa volta lo inchioda al suolo e ai suoi pensieri.
Ecco perché “Altri giorni felici”; perché in questo paradosso risiede l’illusione che ogni giorno l’uomo crede di vivere.
Ma tutto ciò è davvero possibile fruirlo in un’ora e quaranta minuti di monologo e di segni che si accavallano continuamente? Ed è possibile capire questi senza conoscere a priori il teatro di Remondi e Caporossi?
Forse no, ma è pur vero che se l’arte teatrale si arrendesse a ciò, cesserebbe di esistere.

Vincenzo Picone

Remossi e Caporondi

DIECI GIORNI CON LA DIMENTICATA COPPIA STORICA DEL TEATRO ITALIANO

Un torrente ipogeo ha scavato il suo corso nella città, ha lasciato sedimenti di emozioni, conglomerati di suggestioni, rimanendo ignoto a molti, eccezion fatta per qualche breve affioramento. Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, tornano a Bologna offrendo ancora una volta, con l’umanità e la semplicità che li contraddistingue, il meglio del loro lavoro: in circa dieci giorni hanno infatti presentato all’Arena del sole Altri giorni felici e hanno incontrato, coordinati dal professor G. Azzaroni, pubblico e studenti presso i laboratori CIMES in Via Azzo Gadino, dove Caporossi ha anche condotto il laboratorio Aleppe.
In tale contesto Altri giorni felici è apparso ancora più significativo ed emblematico di quanto già non lo fosse, proponendosi quasi come sintesi dell’esperienza di una vita vissuta insieme, restituita con uno sguardo malinconico che rilegge il passato e sente il peso del tempo. Come se chiudessero un piccolo grande cerchio nella storia del teatro italiano, infatti, i due si riappropriano di un lavoro iniziato nel 1970 sul beckettiano Giorni felici - mai effettivamente portato in scena perché ne vennero negati i diritti - questa volta stravolgendo e fagocitando il testo per poi restituirlo con esplosioni verbali che rapiscono lo spettatore nel vorticoso flusso di coscienza di Remondi.
Un grande telo si schiude alla vista dello spettatore lasciando apparire, sotto l’effetto di una luce algida ed epifanica, l’imponente macchina scenografica in acciaio che per tutto il primo tempo sospende la vita umana nel tempo indefinito della memoria e nello spazio magrittiano in cui dominano alcuni fra i principali oggetti cari ai due teatranti come scarponi e cappello, una vera e propria ‘divisa’ per Rem&Cap, strumenti che traghettano l’attore al limite fra persona e personaggio, fra se stesso e altro da sé, fra teatro e vita. Ed è proprio in questa terra di confine che si gioca la scommessa di Remondi di sviscerare a gocce i ricordi di rapporti familiari recuperati in extremis e vicende personali, attraverso una parola fisicizzata, svuotata di senso e sbilanciata dalla parte del significante , che permette solo allo spettatore attento di trarre informazioni sullo stato dell’attore-personaggio, secondo la tipica ambiguità del teatro di Rem&Cap che sembra, e argutamente si finge, incapace di dire e svelare fino in fondo le regole del gioco.
Nel secondo tempo la situazione si ribalta: Remondi è in piedi sulla scena e si pone con le spalle alla platea, costretto ad ascoltare la sua voce registrata che racconta e ci restituisce l’immagine di un uomo che si sente e si pente di essere complice di tutto il male compiuto nel mondo e che firma il suo atto di dolore inchiodandosi, con la forza delle radici di un albero secolare, nei suoi pesanti scarponi.
Uno spettacolo in cui gli impulsi derivanti principalmente dal testo beckettiano sono, quindi, imbevuti degli elementi tipici del teatro di ‘Remossi e Caporondi’, come li hanno definiti con un simpatico gioco di parole che però descrive in modo assai efficace il risultato di questo lavoro in cui motivazioni personali si fondono con una semplicità che diventa genialità negli incontri fra realtà dicotomiche come sono le stesse personalità dei due teatranti in questione e che emergono emblematicamente nei rapporti di pieno-vuoto, luce-buio, parola-silenzio. Durante il dibattito coordinato dal prof. G. Azzaroni il giorno seguente la presentazione dello spettacolo, è emerso come tali caratteristiche rimandassero ai principi base della cultura e delle rappresentazioni orientali, note per la loro essenzialità. Ma un confronto diretto con Remondi e Caporossi ha chiarito come la potenza d’ingegno della loro attività sta nel non ricercare o esplorare in luoghi altri dalla propria esperienza valori strutturanti ma nel far pervenire tutto da quei dati incorporati e maturati spontaneamente nel corso di una vita: etichette o categorie risultano infatti sempre inefficaci per descrivere i loro lavori, generalmente costruiti a partire da un’idea sviluppata laboratoriamente e fissata man mano attribuendo un ruolo preponderante alle connessioni fra spazio e oggetti, costruendo luoghi in cui si cerca di uscire e penetrare, delimitando recinti sacri. La medesima logica che Riccardo Caporossi ha magistralmente fatto conoscere ai partecipanti del laboratorio Aleppe, che in soli dieci, intensissimi, giorni è riuscito a dar vita appunto a un semplice impulso di partenza, ancora basato su quelle opposizioni fondanti tutto il teatro di Rem&Cap. Una dozzina di ragazzi, dei sacchi di iuta, la luce di una lampadina e pochi semplici gesti sono riusciti a rievocare un mondo ben più profondo in cui lottano male e bene nei loro parossismi, avari e prodighi, proprio partendo dalla suggestione data dal Pape Satàn, pape Satàn aleppe del VII canto dell’Inferno dantesco.
Bologna e gran parte degli addetti ai lavori, studenti in primis, sembrano essere rimasti indifferenti a questa iniezione e lezione di umanità e professionalità, come del resto accade già da tempo nel nostro paese. Rimane da chiedersi il motivo di tale disinteresse…forse per poi far sfoggio di onorificenze e medaglie al valore quando ormai – e forse neanche fra molto – sarà troppo tardi?

Elisa Cuciniello